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Vita parrocchiale

LA PARROCCHIA

Cari parrocchiani,
da qualche tempo a questa parte mi accorgo come, alle nuove generazioni, manchi completamente il vocabolario religioso. I ragazzi che frequentano la preparazione alla Cresima non conoscono la parola "sacramento", "pellegrinaggio", "veglia di preghiera", "comunione".
Ci troviamo nell'epoca dei media ma non trasmettiamo più, nel nostro vivere, la realtà di fede, la vita liturgica e i contenuti della fede cattolica.
Grandi responsabili di questi silenzi sono i genitori che, non frequentando quasi mai la Liturgia alla domenica, le celebrazioni non offrono più il vocabolario ecclesiale.







NUOVO ANALFABETISMO

Ci troviamo di fronte a un nuovo analfabetismo religioso che dovrebbe preoccupare la comunità parrocchiale, perché , credo, non ci sarà lecito modificare le parole che fanno parte della tradizione ecclesiale fin dagli inizi della Chiesa, per farci comprendere. Bisognerà, dunque far conoscere quelle parole sacre con dei contenuti spiegati, visibili e frutto di partecipazione.
Già ci sono parole del vocabolario entrate nel linguaggio comune, ma con significato diverso, come ad esempio nella pista di ghiaccio si parla di "balaustra" contro la quale si schiantano i giocatori.  Poi al PC accediamo mediante le "icone" ai diversi programmi, ecc.
La "balaustra" è il muro che separa in chiesa il presbiterio dalla navata, e qui saremmo già in difficoltà non sapendo quale sia il presbiterio e quale sia la navata della chiesa!
Così le "Icone" sono i quadri dipinti a mano con una previa procedura di digiuno, di preghiera e di meditazione, esposte nelle Chiese di rito orientale.
Ma le parole più a rischio sono quelle che concernono le celebrazioni festive. Non si sa più che la parola "sacramento" è il momento prezioso nel quale, attraverso la fede, la Chiesa crede che Dio agisce sulla comunità e nell'individuo e che è caratterizzato dal segno che si usa (acqua, pane, olio, imposizione delle mani); sempre attraverso la fede nel Signore che agisce, la Chiesa crede che Dio realizza ciò che il segno significa. Vi sono segni particolari ad ognuno dei sette sacramenti e non si può fare confusione tra loro! Se non ritorniamo al culto e alla Liturgia con le celebrazioni ben difficilmente i ragazzi apprezzeranno di essere stati visitati da Dio in una celebrazione.
Mi preoccupa che, nonostante l'impegno di spiegare durante le celebrazioni i segni che si vedono fatti dal celebrante e dall'Assemblea, i ragazzi non ci sono. Non ci sono ai matrimoni, non partecipano ai funerali, non prendono parte alla Messa domenicale. Ma... non è tutto.
Si confondono i "samaritani", che nel vangelo sono gli abitanti della regione chiamata "Samaria", con i volontari che accompagnao l'ambulanza nel suo servizio sulla strada in caso di incidenti! Mi è capitato che, sentendo parlare di S. Bernardino (da Siena), i ragazzi presenti intendesero il passo omonimo nel Cantone Grigioni!

Proviamo  a spiegare alcune parole tipiche dei cristiani
I battezzati sono persone di ogni nazionalità che, celebrato il Battesimo, vivono e sono accolti come fratelli di fede. Da questo viene che è orribile il razzismo e la differenza tra ricchi e poveri, sapendo che siamo tutti poveri. Da questa uguaglianza deriva anche l’aiuto reciproco e uno stile di accoglienza per le sofferenze inflitte dalla storia ad alcuni nostri fratelli che vivevano in terre lontane e oggi hanno trovato rifugio in mezzo alle nostre case.
Ci sono battezzati divenuti lontani, freddi e forse anche che si pongono in opposizione alla comunità. Anche loro sono fratelli e stimolano coloro che credono a trovare una carità che rende credibile la fede. Queste persone rendono attento il singolo battezzato a rivolgere loro l’attenzione dovuta per discutere e annunciare nuovamente il Regno di Dio. Dio li ama e non si stacca mai da loro, perché Dio è capace solo di amare. La comunità prega per coloro che sono ovunque dispersi o lontani dalla fede. Oh! sono sempre fratelli da amare e stimare perché di qualità ne hanno molte e sono stati arricchiti da Dio tanto quanto noi! Bisognerà iniziare dalla loro valorizzazione, perché si sentano persone amate e stimate anche dai fratelli.
La gerarchia (i preti) deve battersi il petto e chiedere perdono per ogni volta che ha guardato in cagnesco coloro che non vanno in chiesa. Potrebbero essere un continuo rimprovero alla comunità che si è staccata dalla povera gente e dai lontani. La gerarchia (i preti) deve arrossire se ha dato preferenza solo a chi si sposa in chiesa, a chi non divorzia, o solo a coloro che hanno aperture di valorizzazione di quanto si propone, disprezzando chi critica o mette in  cattiva luce.


VIVERE LA COMUNITÀ

Scrivo per aiutare i mei fratelli e le mie sorelle nella fede a essere Parrocchia, cioè una comunità entusiasta della fede nel Cristo Signore. COMUNITÀ è una bella parola! Significa che le persone singole hanno l’abitudine di ritrovarsi. Se non fosse così sarebbe un insieme di singoli. Oggi facciamo fatica a ritrovarci, perché il ritmo individuale ci pervade. Tutti ci troviamo nel grande emporio camminando tra gli stand, ma ognuno va per conto proprio a fare la sua spesa e, forse, non ci si saluta nemmeno quando ci si vede uno davanti al banco della frutta e l’altro davanti al banco dei dolciumi. Ecco che il prete, aiutato da Consiglio della Comunità, ha come compito di stimolare tutti a vivere in comunità. La fede, infatti, ha anche la dimensione comunitaria, non solo quella individuale.
Nella Parrocchia si formano gruppi per la catechesi in vista della preparazione alla partecipazione alla Messa domenicale o in vista della Cresima. Non è solo per la comodità, ma è perché la fede la si vive insieme. Da una parte c’è il maestro che propone e spiega le verità che crediamo, dall’altra il lavoro della crescita della fede in ognuno dei partecipanti suscita attenzioni, domande, esperienze e testimonianze che, da soli, manco si potrebbero immaginare.
Nella Parrocchia la formazione degli adulti attraverso la catechesi suscita la gioia di credere. Aiuta a riscoprire che siamo l’ultimo anello di un popolo iniziato dagli Apostoli e che abbiamo il compito di portare il Vangelo e la sua mentalità a questa generazione. Non è compito facile avanzare insieme nell’evangelizzazione della società, ma come singoli questo risulterebbe addirittura impossibile! Pertanto la comunità si incontra, spesso e volentieri in chiesa a pregare.
Sì, è vero, guai se dimenticassimo la preghiera individuale – ce l’ha raccomandata Gesù Cristo e ha ripreso l’importanza S. Paolo nelle sue lettere – ma la preghiera comunitaria ha una espressione meravigliosa nel canto, nella ricchezza dei modi di pregare. Insieme si usano testi biblici che, per la preghiera individuale non si conoscono. Insieme si rende grazie per aspetti comunitari che il Signore Dio ha riversato con abbondanza sulle persone del mondo. Insieme ci si rallegra per la fede testimoniata dai missionari nel mondo. Insieme ci si rallegra per i bambini che sono nati in questo mese. Insieme si prega per i defunti che non sono nostri parenti, ma sono nostri fratelli nella fede. Insieme si celebra la Liturgia domenicale è che il vero e unico momento obbligatorio, perché indispensabile al nutrimento della fede. Tutti ascoltiamo la stessa Parola di Dio; tutti ascoltiamo l’omelia del parroco, tutti rendiamo grazie a Cristo che ci ha redenti; tutti ci nutriamo del suo Corpo e del suo Sangue come alimento che ci ricorda la croce e il mondo nuovo della risurrezione. Tutti eravamo convocati da Dio, tutti eravamo invitati. Al termine dell’incontro tutti diventiamo inviati nella vita della settimana per diffondere il Vangelo.
Il prete ha questo compito: formare l’aspetto comunitario della fede e lo fa attraverso la catechesi, la Liturgia, la carità e l’apertura missionaria.

Le conseguenze
È scomodante essere comunità, ma se non lo fossimo saremmo impoveriti di tutti quegli aspetti che scaturiscono dall’essere insieme. È difficile essere comunità, ma diventa più facile quando si vive umilmente l’ascolto dell’altro. Io credo che se avessimo una presenza più partecipativa nel dire le cose, nell’esprimere il proprio parere, e, invece della critica si trovasse l’ascolto, certe forme, alcuni orari di preghiera, proposte di nuove occasioni d’incontro sarebbero già entrate a far parte del tessuto della comunità.
È scomodante essere comunità perché, dopo il peso del lavoro e della giornata, è come entrare in famiglia: non si è conclusa la giornata ma ci attendono nuove responsabilità. Trovare il tempo per la comunità è scegliersi una sera alla settimana per dedicarla ai ragazzi della catechesi. Trovare il tempo per la comunità è scegliersi una sera alla settimana per le prove del coro; è trovare una sera al mese per dedicarla alla catechesi degli adulti; è trovare le sere (sette) per seguire i fidanzati che si preparano al matrimonio; è trovare una sera ogni due mesi per preparare i genitori al battesimo dei figli.
Credo che debba nascere in noi l’entusiasmo per la bellezza della nostra fede cattolica per arrivare a tanto. Non è una cosa impossibile, perché la gioia viene dal donarsi. Purtroppo la monotonia del ritmo del vivere e il dare per scontato che altri ci mettono del loro hanno provocato lo spegnimento dell’entusiasmo.


LA CATECHESI

Impegno della comunità è trasmettere la bellezza dei contenuti della nostra fede in Cristo.
Il sunto di ciò che dovremmo conoscere lo troviamo scritto nel "Catechismo della Chiesa cattolica" e cerchiamo di  fare in modo che ognuno venga a conoscere e a credere ciò che è, come facente parte della Chiesa. Il battezzato conosce Cristo, conosce i misteri, conosce la Rivelazione, conosce la Bibbia, conosce i comandamenti e la storia biblica. Tutto quanto la Chiesa ha come bagaglio di fede viene trasmesso dalla comunità adulta perché diventi educativa della nuova generazione. La catechesi è uno dei più importanti capitoli della vita parrocchiale perché è nutrimento, affinamento di convinzioni. Diventa incontro in cui paragonare lo svolgimento della vita e della storia con i contenuti della fede cattolica. Ma, ancora, la catechesi diventa sottostrato che nutre la convinzione che poi si esprime nella Liturgia.

La carità.
La carità non è "fare la carità al povero", ma è mostrare lo stile di vita dell'amore in ogni circostanza e davanti alle persone.
La comunità  si occupa di testimoniare l’amore che Gesù Cristo ci ha comandato. Vivere la carità è incontrare la persona in tutte le sue esigenze concrete, fisiche. La carità nella comunità vuole celebrare la forza della vita, la presenza dell’amore in ogni
persona. La carità è dare valore alla persona nei suoi diritti di socialità e di relazione con Dio e con gli altri.  Abbiamo un gruppo che va a visitare i malati e si preoccupa delle situazioni di emarginazione. Il parroco è accogliente di persone e famiglie che sono nel bisogno, ma soprattutto siamo in contatto con l’Associazione S. Vincenzo e con il "Tavolino magico" per bisogni immediati. Il tessuto della socialità e della carità è composto anche da una "Caritas parrocchiale" che cerca di individuare sempre nuove forme di povertà nella comunità e tiene i contatti con strutture sociali e caritative come i servizi sociali comunali o altre associazioni diocesane, come Caritas diocesana.

"Celebrare"
Celebrare ha un significato ampio. Vuol dire lasciar esplodere la gioia per un avvenimento degno di grandezza e onore. Si celebra la festa di compleanno. Si celebra la venuta dell'Anno nuovo. Si celebra l'inaugurazione di una Centrale elettrica, perché servirà una città o una regione.
I cristiani celebrano Dio e lo fanno come tutti i popoli hanno sempre fatto, ma con modalità legate alla rivelazione che Gesù ha trasmesso a noi.
La comunità celebra Dio. L’Anno liturgico (l'insieme dei Tempi e delle feste fissate in un anno solare) ci guida a gustare quanto il Signore Gesù ha vissuto per la redenzione nostra e del mondo. Ogni domenica troviamo stimolo a rendere grazie a Dio per tutte le persone che, anche a nostra insaputa, compiono l’amore alla pace, alla giustizia e alla vita. Il culto feriale è pure caratterizzato da un ottima partecipazione alla Messa, come segno di fede e di preghiera per fare in modo che Dio raggiunga tutti coloro che sono presenti e coloro che a noi sono lontani.
La solennità della "celebrazione" è formata dal canto e dalla musica, ma anche dal rileggere l'avvenimento che si celebra. A Natale si rileggono i testi riguardanti la nascita di Gesù e, al Venerdì santo, i testi riguardanti la morte di Cristo sulla croce. Ci si esalta, attraverso il canto sacro, perché quell'avvenimento concerne noi stessi. Siamo stati noi ad essere visitati da Dio nella nascita di Cristo. Siamo noi ad essere stati perdonati da Cristo morto sulla croce.
Dunque "celebrare" ha sempre due facce: una riguarda l'avvenimento che ha come centro Dio e l'altra faccia ha come centro la Chiesa, l'umanità, la nostra comunità, la nostra persona.


Qualche nozione
Lo sai che il luogo da cui si legge la Parola di Dio si chiama "ambone"?
Lo sai che il luogo della chiesa nel quale le persone incontrano Dio e Gesù Cristo si chiama "onfalo"?
Lo sai che il gesto della sepoltura vuol dire affidare a Dio quel seme che viene interrato (la bara con il defunto... che ha forma di seme), perché crediamo che Dio darà una vita nuova, splendida e non conoscibile a noi che vediamo il seme, tanto quanto bella sarà la nuova pianta che nascerà dal seme germogliato e cresciuto?
Lo sai che la cremazione significa realizzare la purificazione per essere degno e santo  d'incontrare Dio come si fa con il fuoco che riscalda l'oro nel crogiolo per fare venire a galla le impurita per avere, poi, l'oro purissimo?
Lo sai che dopo l'imposizione delle mani sul pane e sul vino nella celebrazione della Messa quel pane diventa il Corpo di Cristo e quel vino diventa il Sangue di Cristo?
Lo sai che il prete usa un'ostia (pane azimo per la Messa) più grande, non perché è un privilegiato, ma perché la deve mostrare, quando è consacrata, a tutti i presenti in chiesa e perché lo vedano anche se sono lontani dall'altare?
Lo sai che il canto introduttivo ad ogni celebrazione dà la tonalità dell'avvenimento che celebriamo in quel giorno?

 
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