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Catechesi-Vangelo di Luca

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Cosa stiamo facendo

Approfondire il Vangelo di Luca                                 in collaborazione con l'Associazione Biblica della Svizzera Italiana  

Relazioni degli incontri  

1° incontro - 14 gennaio 2013   (Lc 16)

Il primo incontro biblico sul Vangelo di Luca ha trattato del capitolo 16, composto da due parabole inerenti l’uso della ricchezza e la fede nel Cristo e nel Vangelo. Nella prima parabola (16,1-18) c'è il racconto di un amministratore infedele che è chiamato a rendere conto del dissesto finanziario. Compie una riflessione che stimola in lui l’entusiasmo e l’accortezza del suo mestiere di amministratore. Attraverso la falsificazione degli importi dovuti da alcuni clienti al suo padrone egli si toglie le gratifiche che gli sarebbero spettate, ma, nello stesso tempo, si conquista degli amici in caso di cessazione del suo lavoro. Il padrone loda l’astuta professionalità di questo amministratore e la parabola giunge all’insegnamento che anche davanti alla ricchezza materiale ogni battezzato deve sfoderare l’entusiasmo della sua fede per fare in modo che, davanti a Dio, la ricchezza non sia l’occupazione totale del suo cuore. Infatti non si potrebbe servire a due padroni: Dio e il denaro. "O amerai l’uno e odierai l’altro o ti affezionerai all’uno e disprezzerai l’altro".
L’astuzia dell’amministratore, nel suo agire davanti alla ricchezza disonesta, ha salvato capra e cavoli. Ha salvato il padrone, si è salvato lui in qualità di professionista della finanza e ha salvato anche gli altri, i debitori del suo padrone. Questo ci insegna che, purtroppo, siamo sempre davanti alla necessità di compromessi nell’uso della ricchezza. Non si può essere idealisti a oltranza.
Il cristiano è chiamato a condividere i suoi averi materiali, perché altri ne possano usufruire per una dignitosa vita sulla terra. In questa astuzia che cerca compromessi e coerenza, i figli che operano nel male hanno molta più creatività dei figli della luce. I figli della luce sono troppo permissivi e adagiati. Mancano di entusiasmo e di creatività nella loro fede in Dio che è la loro unica salvezza. Non sono, infatti, le ricchezze a salvare la persona!

La seconda parabola è conosciuta come la parabola del ricco epulone, posto davanti al povero Lazzaro (parola che significa "Dio ti aiuta"). Anche in questa parabola, dopo la morte, le sorti si rovesciano. Il ricco è nel grande abisso, nell’inferno, mentre Lazzaro è con gli angeli del cielo in grembo ad Abramo. L’abisso che li separa è invalicabile, il giudizio è definitivo. Tutti e due i protagonisti muoiono, ma le sorti rovesciate di fiamme e fuoco per l’uno e di gloria per l’altro, sono la conseguenza dello stile di vita davanti alla ricchezza. Un primo ammaestramento insegna che bisogna avere l'occhio per accorgersi del povero che è sulla soglia di casa. Oggi sono sulla soglia di casa circa 40 mila persone che muoiono ogni giorno di fame!

Un altro insegnamento è l’occhio davanti a quell’UNO che risorge dai morti. Vale a dire la mentalità che scaturisce dal Vangelo e da Gesù Cristo. Non è l’apparente sconfitta della morte che ha l’ultima parola, ma l’opera di Dio nella salvezza eterna. Chi non ha il coraggio di lasciarsi guidare da Dio nelle scelte dell’uso della ricchezza cercherà sempre di possedere per sé e impostare la sua vita soltanto per la prosperità terrena. Dello stesso evangelista, al capitolo 6, 1-25, vi è un "guai a voi che siete sazi!".
Anche la seconda parabola insegna che non si può rimanere piatti, smorti, scialbi per essere discepoli di Cristo, ma occorre diventare svegli ed entusiasti. La consapevolezza di come si gestiscono i beni materiali è fondamentale per il cristiano. Non ci si può tuffare nella sete del benessere materiale senza fare i conti con la famiglia, con la comunità e con il mondo in cui viviamo. Ovviamente è responsabilità di chi ha a dover dare! Non si potrà pretendere che chi non ha dia quello che non ha! È questa una grande riflessione per essere cristiani davanti alla tematica dei giganteschi stipendi di certe categorie di oggi. Un grande ammaestramento per tutti, anche per coloro che hanno poco e desiderano avere sempre di più. Un grande ammaestramento davanti alla prossima quaresima e alla scelta di coinvolgersi con il Sacrificio Quaresimale svizzero o davanti ai prodotti del commercio equo e solidale.


2° incontro - 21 gennaio 2013   (Lc 19, 28 – 44; Lc 23, 1-46)

Questi capitoli, che raccontano l’entrata di Gesù a Gerusalemme e la passione e morte di Cristo, sono importanti nel Vangelo di Luca, ma importanti anche nel paragone con gli altri Vangeli sinottici, Matteo e Marco. Gesù entra a Gerusalemme cavalcando il puledro d’asino. Dentro questo gesto si realizza la profezia di Zaccaria 9, 9. Una  acclamazione solenne in cui appare che Gesù è Re e Signore. Due titoli che verranno evidenziati anche nel processo e nella morte sul Calvario.
Prima di questa entrata regale, si racconta di Gesù che s’avvicina a Gerusalemme e piange alla sua vista, perché la città lascerà passare l’unica possibilità che le è stata concessa per diventare la Città della Pace e la Città del Signore. A rendere pressante questo rimprovero la redazione lucana inserisce letterariamente per ben 12 volte un "tu" che tambureggia il testo e il rimprovero. Inoltre inserisce  una nota, sicuramente proveniente dai testi biblici di Is 29, 3; 37, 33; Ger,4-5; Ez 4, 1-3; 21, 27; Os 10, 14; 14, 1 e Na 3, 10, che annunciano l’oracolo della rovina di Gerusalemme del 587 a.C.  e molto più quella dell’anno 70 d.C. Questa pagina ha fatto discutere non solo l’assemblea, ma uomini e biblisti di tutti i tempi, per la connotazione collegabile con quanto è avvenuto ad Israele nei secoli successivi.
A seguire, nei versetti dal 45 al 48,  troviamo il gesto di Gesù con cui ripristina il Tempio come luogo di preghiera e non come "spelonca di ladri". Anche in questo gesto si attuano i testi scritti da Isaia 56, 7 e da Geremia 7, 11.

Il capitolo 23 racconta dei processi che Gesù dovette subire davanti a Pilato e a Erode. Pilato era, a detta degli storici, un abile politico, scaltro e intelligente, che seppe restare procuratore romano in Palestina per 10 anni. Erode, invece, pensava di incontrare in Gesù un mago divertente. Per questo Gesù non parla con lui. Erode Antipa, figlio di Erode il Grande, morto nel 4 avanti Cristo, non è certamente un grande uomo e un grande statista. La decapitazione di Giovanni Battista lo mostra a chiare lettere. Nessun evangelista usa colori tenui per parlare di lui!
La vicenda di Ponzio Pilato, che afferma per ben tre volte di non trovare un motivo per condannare Gesù, ha fatto emergere come il vero protagonista del processo è stata la folla che si è lasciata sobillare e manipolare dagli avversari di Gesù. A questa folla, che aumentava la sua veemenza sempre di più, Pilato ha offerto la carta della liberazione di Barabba. Non abbiamo certezza della tradizione di rilasciare in occasione della Pasqua un prigioniero: nel Vangelo di Luca Barabba viene proposto come confronto tra colui che ha ucciso la persona, in cambio di colui che muore per salvare la persona.
L’incontro con le donne di Gerusalemme è un  momento di riflessione e di inflessione della condanna di Gesù. Ogni uomo che segue Cristo è chiamato a vedere la morte di Gesù causata dal proprio peccato.             
Prima di raggiungere il luogo chiamato Cranio, Simone di Cirene è pure esempio del discepolo che è chiamato a andare dietro a Gesù con la sua croce, come aveva annunciato il Cristo: "Chi vuol essere mio discepolo, prenda la croce e mi segua!(Lc 9, 23). Il dialogo tra i malfattori sulla croce e del malfattore con Gesù è considerato il vero processo in cui i peccatori riconoscono che Gesù non ha fatto nulla fuori di posto, eppure ha subito una condanna per liberare il peccatore e offrirgli la vita del paradiso.
Il versetto 34 è il grande insegnamento del perdono. "Padre, perdonali immediatamente. Corri veloce per offrire loro il perdono, perché non sanno quello che fanno". Il perdono è il gesto d’amore da imparare da Cristo. Il testo citato in conclusione, scritto da Enzo Bianchi in "Oggi sarai con me in paradiso", p.138, chiarisce il contenuto:
" La salvezza, come mutamento del male in bene, passa attraverso la strada stretta del perdono, che implica un atteggiamento nuovo nei confronti del male…. Prima o poi, magari anche nell’ultimo istante della vita, occorre prendere posizione nei confronti del male ed è sempre possibile perdonare, ovvero fare, del male subìto, un’occasione di dono. Noi, infatti, non siamo responsabili del male che abbiamo subìto, ma di ciò che facciamo del male che abbiamo subìto".



3° incontro - 28 gennaio 2013   (Lc 24)

Nel terzo incontro di catechesi sul Vangelo di Luca dedicato all’ultimo capitolo del Vangelo siamo stati meravigliati dalle donne che, dopo il rispettoso riposo del sabato, sono andate al sepolcro e  hanno trovato il sepolcro definitivamente senza la pietra. Questo segno della risurrezione, insieme alle bende, è il segno del cambiamento definitivo; il segno del passaggio dalla morte alla vita. Anche Pietro, che torna al sepolcro per vedere l’accaduto, vede gli stessi segni. Non pone ostacolo all’agire di Dio, ma si pone disponibile al possibile incontro.
Dopo questi fatti annunciati da Maria di Magdala, da Giovanna e da Maria di Giacomo con altre donne, il testo passa al racconto dell’apparizione di Gesù sulla strada verso Emmaus. Il racconto è marcato da alcuni "Ecco", che nella bibbia segnano il verificarsi di vere svolte nella storia per l’intervento di Dio in essa. Il redattore mette l’accento sulle Scritture che vanno lette e interpretate alla luce di Cristo Messia. Queste Scritture hanno il compito di riscaldare il cuore perché possa verificarsi il riconoscimento del Risorto. Le Scritture sono significative per entrare nella messianicità di Cristo, ma non sono sufficienti per credere la risurrezione di Cristo. Per credere occorre aggiungere il gesto della fraternità e il gesto dello spezzare il pane, come pure la contemplazione delle piaghe. La parola è il nostro linguaggio e il nostro linguaggio è sempre inferiore alla realtà, soprattutto quanto tentiamo di parlare di Dio con un linguaggio umano. Ciò che non viene detto dal linguaggio è molto superiore ai contenuti delle parole, per belle, limpide e forbite che possano essere! Così anche la Scrittura, proprio perché il linguaggio di uomini non è sufficiente a rivelare la vera e profonda ricchezza di Dio.
Ai discepoli di Emmaus si aprono gli occhi mentre avviene il gesto dello spezzare il pane. Il rendersi invisibile di Cristo in quell’istante sta proprio a significare che la risurrezione è qualcosa di più gigantesco di quanto la parola riesca ad esprimere. Per riconoscere il risorto non basta partecipare al rito, ma occorre entrare in compartecipazione con i fratelli, occorre spezzare la vita con i fratelli come si fa con il pane.
Dal versetto 35 al 49 si narra la forte esperienza dell’apparizione del Risorto in mezzo ai discepoli. Tre sono le colonne portanti della narrazione: la certezza che Gesù è risorto; che il risorto è la stessa persona di cui prima avevano fatto esperienza di discepoli; la certezza della relazione della croce come premessa per entrare nella gloria. Gesù entra in contatto con i discepoli proclamando il saluto della pace. Davanti al loro essere sconvolti, perché la realtà supera il ragionamento, Cristo passa al mostrarsi con un "Sono proprio io" che richiama il nome di Dio trasmesso a Mosè nel roveto ardente. Richiama l’"Io sono" come Signore e Dio che entra nella storia degli uomini con braccio liberante, non dalla schiavitù d’Egitto, ma dal peccato e della morte. Un "Io sono" che porta alla Terra promessa intesa come partecipazione di tutti alla gloria eterna.
Lo smarrimento è snodato e aiutato dal gesto di chiedere qualcosa da mangiare insieme. Il pesce arrostito, mangiato assieme, è dimostrazione di fisicità nella nuova realtà di risorto! Il Cristo Risorto proclama la realizzazione delle profezie contenute nella Torà di Mosé, nei Profeti e nei Salmi per dire apertamente ai discepoli, e a coloro che credono, che Lui è il Messia ed è proprio Lui colui del quale scrissero nei libri sacri.

Con il versetto 46 "Il Cristo deve patire e risuscitare dai morti il terzo giorno e nel suo nome devono essere proclamati a tutte le genti il cambiamento di mentalità e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme" Gesù spiega il suo gesto di voler dare la vita per la salvezza del mondo. Spiega che è nel progetto del Padre che la risurrezione dai morti è vittoria sul peccato e sulla morte. Spiega che la risurrezione sua è cambio di mentalità da annunciare a  tutte le nazioni in modo che tutti orientino la loro vita sulla bellezza del perdono ricevuto da Dio e sull’amore di Dio che ha cambiato la storia entrando in essa "nel terzo giorno", cioè, facendovi irruzione per mutare la storia degli uomini e portarla verso la gloria e la vittoria del bene e dell’amore. Certo, dice Cristo, da soli non ce la farete. Attendete la forza dello Spirito Santo, "quello che il Padre mio ha promesso". Lo Spirito Santo vi sarà presenza di forza  ed estensione verso tutte le generazioni che verranno.
Il capitolo termina con l’ascensione al cielo di Cristo risorto e che fa, della persona del Cristo, il Tempio nel quale si potrà incontrare Cristo. Cristo Signore è risorto. Alleluia. Tutte le volte che l’uomo cerca Dio deve chiedersi che uomo è, ora che Dio lo ha redento; ora che Dio si è rivelato in questo modo. La risurrezione porta l’uomo a intrecciare la propria vita con quella degli altri in modo da diventare un familiare di Dio. Cristo è la persona d’incontro che fa conoscere Dio e apre all’uomo. L’amore diventa una connotazione importante per ogni persona e ogni persona, lasciandosi guidare dall’amore e dal perdono, riesce a immergere la vita nell’essere a immagine e somiglianza di Dio, come al momento della creazione.


Gli incontri si sono svolti nella Parrocchia di Giubiasco, con le presentazioni del Vangelo di S. Luca fatte da Ernesto Borghi e Renzo Petraglio, della A.B.S.I. . Le relazioni qui esposte sono a cura di don Angelo Ruspini, partecipante agli incontri.

 
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