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SENTIERI DEL CINEMA



Queste sito dedicato al cinema nasce da un desiderio: comunicare ad altri un certo modo di guardare al cinema. Il cinema affascina ognuno di noi perchè in esso ritroviamo momenti di verità e bellezza sinceri, non come mero estetismo ma come "specchio del vero". Del cinema intravediamo, inoltre, le grandi possibilità educative: con il linguaggio, immediato e familiare, delle immagini si può colpire e coinvolgere chiunque abbia voglia e curiosità di scoprire e, perchè no?, imparare qualcosa di nuovo.
Per questi motivi, a chi vive una responsabilità educativa vogliamo in particolare proporre percorsi "di ricerca" divisi per cicli scolastici ed età, in un rapporto che preveda informazioni, consigli di visione, mattinate e discussioni insieme. E soprattutto, la condivisione di questa curiosità per la bellezza e la verità.

FILM GARANTITI



"Film Garantiti" è un sito di divulgazione cinematografica che seleziona le migliori pellicole in circolazione. Il criterio di valutazione è la verità, da chiunque sia detta. Quando il grande schermo produce capolavori è importante che sia ricordato perché la cultura dominante tende a premiare autentiche spazzature e a dimenticare pellicole di sicuro valore. Troverete film consigliati e non, l'archivio con le schede film, i trailer, televisione e cinema in famiglia. Avrete latresì la possibilità di iscrivervi alla nostra newsletter.
I contenuti di questo sito e il materiale che si trova in questo sito sono pubblicati senza fini di lucro e a solo scopo di studio, commento didattico e ricerca.

 

C. N. V. F.






La Commissione Nazionale Valutazione Film (CNVF) è un organo tecnico e pastorale, costituito per rispondere all’esigenza di offrire ai fedeli una valutazione rispondente alle indicazioni del Magistero e allo stesso tempo fornire indicazioni su opere molto diverse tra loro. La Commissione esprime "valutazioni morali ai fini pastorali".
Alla base del lavoro c’è soprattutto una esigenza di servizio. Due sono, in primo luogo, le prospettive di lettura che guidano il lavoro della Commissione: il profilo morale e l’uso pastorale. Questi due criteri di valutazione rispondono alle finalità tipicamente ecclesiali di questo servizio senza ovviamente la pretesa di esaurire in queste due prospettive tutte le altre possibili griglie di lettura.

FAMILY-CINEMA-TV



Abbiamo voluto creare questo giornale elettronico con edizione settimanale perché abbiamo sentito l'esigenza di integrare le tante critiche cinema- tografiche disponibili sui film nelle sale, in home-video ed in TV con una specifica attenzione al messaggio che in modo palese o sublimato, viene trasmesso dall'opera. Anche i film più semplici di fatto ci trasmettono dei riferimenti a dei valori o a dei disvalori.
Abbiamo voluto inoltre fornire ai genitori uno strumento che li possa aiutare a decidere se andare a cinema con i propri figli o no. Diamo dei suggerimenti sapendo che sono loro gli ultimi giudici e per questo cerchiamo di fornire loro riferimenti obiettivi. Alla voce "criteri di giudizio" che vi invitiamo a cliccare, trovate in che modo abbiamo cercato di canonizzare le logiche con cui costruiamo i nostri giudizi.

 

Il cammino per Santiago
Usa 2010, 123'
Genere: drammatico
Regia di: Emilio Estevez
Cast: Martin Sheen, Deborah Kara Unger, James Nesbitt, Tcheky Karyo
Giudizio: consigliato



Recensione da Sentieri del cinema
Era dai tempi de La Via Lattea di Buñuel che un regista non approfittava del Camino de Santiago per farci un film: il merito questa volta va a Emilio Estevez, che usa proprio il padre (la star americana Martin Sheen che, tra l’altro, è figlio di un galiziano) come protagonista di un triste pellegrinaggio: il suo personaggio, Tom, è un medico americano benestante che viene a sapere che il figlio Daniel, con cui i rapporti erano ridotti al minimo, è morto sulla via che porta a Compostela. Non essendo un uomo religioso (neanche sapeva dell’esistenza della località spagnola) e accortosi di non conoscere le motivazioni che avevano spinto il figlio, decide di terminare quel che Daniel aveva iniziato, nella speranza di capire e accettare una morte per lui straziante. Con uno zaino in spalla che contiene anche l’urna con le ceneri del figlio, si mette in cammino per percorrere i 700 e passa chilometri che lo separano dalla cattedrale di Santiago. Nonostante il suo carattere burbero e asociale, intorno a lui si catalizza un gruppetto di bizzarri viandanti dalle motivazioni più disparate e lontane da ogni tipo di religiosità: chi vuole smettere di fumare, chi dimagrire, chi scrivere un libro. Il viaggio è lungo, come il tempo passato insieme, anche se ognuno sa che in fondo cammina da solo. Incontri, fatiche e qualche disavventura ammorbidiranno il carattere di Tom e il suo rapporto con i suoi casuali compagni di strada. Poco alla volta e non senza fatica, ogni personaggio sarà portato a rivelare il motivo profondo del proprio camminare, una richiesta che vorrebbero fosse udita, anche se non sanno da chi. Ma sotto la volta della chiesa e sulle rive dell’Oceano, dove le ceneri verranno infine disperse, il tempo passato camminando acquisterà per tutti un significato più profondo e più vero.
Non è un capolavoro, il film di Estevez, e alcune scelte sono fin troppo schematiche: la diversità dei caratteri, molti dialoghi, incontri e situazioni che suonano un po’ aneddotici come la festa con gli zingari, musiche fin troppo “pop”, la recitazione di attori che non vanno molto in profondità, a parte il grande Martin Sheen. Anche le continue apparizioni del figlio morto non possono sorprendere chi ha visto tanti film sull’elaborazione del lutto. Ma
Il cammino per Santiago è comunque un buon film che con semplicità descrive persone confuse che si trovano – quasi loro malgrado – a contatto con un Mistero più grande delle loro fatiche. Come la scena della pietra consegnata ai piedi di una Croce, “per far pendere la bilancia a favore delle mie buone azioni”. O la commozione che prende questi improvvisati e improbabili pellegrini una volta entrati in Cattedrale.


Guarda il trailer (in inglese)

Le nevi del Kilimangiaro
Francia 2011, 107'
Genere: drammatico
Regia di: Robert Guédiguian
Cast: Ariane Ascaride, Jean-Pierre Darroussin, Gérard Meylan, Maryline Canto, Grégoire Leprince-Ringuet
Giudizio: imperdibile





Recensione da  Sentieri del cinema
L’inizio è folgorante: siamo al porto di Marsiglia, e un sindacalista estrae da un’urna dei nomi; venti uomini, che capiamo subito essere altrettanti licenziati. Tra questi lo stesso sindacalista, Michel, che non ha voluto approfittare della situazione e ha voluto rischiare il posto come gli altri compagni. Triste, ma circondato dall’affetto di moglie, figli e nipoti, Michel festeggia con l’amata Claire i trent’anni di matrimonio: e si vede che si amano davvero teneramente, e festeggiano volentieri la loro unione davanti a parenti, amici e colleghi (tra cui i 19 licenziati, ma alcuni conosciuti da Michel a mala pena). Il regalo di figli e amici è una cassetta piena di soldi per un viaggio in Africa (da qui il titolo del film, che riprende il titolo della canzone di Pascal Danel che fa da leitmotiv): soldi che fanno gola a qualcuno, che irrompe a casa loro mentre sono a cena con la sorella di lei e suo marito, amico fraterno di Michel. Picchiati e umiliati, senza i soldi dell’agognato viaggio, Michel e Claire sono abbattuti. Ma il peggio deve ancora venire, quando Michel – militante vecchio stampo, cresciuto nel mito del martire socialista Jean Jaurès – scopre che uno dei due ladri è uno dei licenziati; che oltre tutto è un bravo ragazzo, che tira su i fratelli piccoli abbandonati dai genitori. Ormai la denuncia però è partita. Il senso di colpa inizia a tormentare i due coniugi…
Con
Le nevi del Kilimangiaro (incredibilmente piazzato fuori dal concorso principale a Cannes 2011) Robert Guédiguian torna sui luoghi dei suoi film più noti (Marjus e Jeannette, La ville est tranquille, Marie-Jo e i suoi due amori) in cui canta la povera gente di Marsiglia, come un Ken Loach francese e ancora più arrabbiato, per quanto anche lui alterni dramma e commedia con abilità. Dopo alcuni film di diverso taglio (tra cui Le passeggiate al Campo di Marte su François Mitterand), torna appunto ai temi più cari, del lavoro e dell’appartenenza politica spesso tormentata. E stavolta centra il suo capolavoro, con questo film ispirato al poema di Victor Hugo Les pauvres gens; grazie anche ad attori bravissimi, dalla personale “musa” Ariane Ascaride all’ottimo Jean-Pierre Darroussin, a Gérard Meylan già visto altre volte nella sua filmografia; e grazie a un taglio meno schematico e ideologico di altre volte.
Sono tanti i cambi di direzione di un film che sembra partire dal dramma della perdita del lavoro ma poi si orienta sulle perdite di certezze: per Michel e Claire, come per la sorella sotto choc e il cognato arrabbiato, quell’irruzione di due ladruncoli è un bivio, davanti al quale decidere che fare della loro vita. Nutrire sentimenti di vendetta o perdonare? Agitare un paternalismo per un ragazzo che, in prigione, rischia una condanna a 15 anni eppure non solo non si scusa ma provoca e sbraita la sua rabbia verso “compagni” ormai imborghesiti? Vivere nel senso di colpa perché, pur in difficoltà, sono più garantiti di poveri veri, giovani e senza garanzie (“abbiamo combattuto anche per loro e ci odiano perché abbiamo un auto e una casa”)? Ci sono spunti buoni anche per l’attualità, in una crisi che attanaglia l’Europa e l’Occidente da anni e su una sinistra in cerca di soluzioni per contraddizioni sempre più gravi e drammatiche. Ma il cuore del film è nella reazione che scatta di fronte ai due fratellini del ladro, abbandonati da una madre che non vuole essere tale e lasciati soli a se stessi. Quei due bambini sono un pungolo per la coscienza. Impossibile non commuoversi di fronte alle prima timide, poi sempre più certe iniziative di Claire e poi Michel verso di loro; e verso se stessi, come di chi riscopre un cuore che rischiava l’assopimento.
Il merito di Guédiguian è di evitare retorica e facili scorciatoie: senza voler rovinare la sorpresa di un film che è intessuto di tanti piccoli scarti e colpi di scena, è da sottolineare come il regista francese non rappresenti una realtà edulcorata ma vera, in cui i tentativi anche buoni vengono frustrati, in cui a ogni passo sicuro sembra alternarsi uno più incerto. E il lieto fine che ha infastidito alcuni non è tale. Perché per due amici che capiscono e cambiano sguardo di fronte alla situazione vissuta, ci sono figli che non accettano la generosità imprevedibile e disinteressata di genitori che sembrano alieni. Ma sono tanto più umani di loro. E consapevoli che stare bene nella propria realtà è più vero, e li rende più felici, di una fuga in un viaggio esotico. Soprattutto, il film ci interroga su un fatto tanto evidente quanto misconosciuto: anche dalla crisi può nascere qualcosa di buono, per chi si gioca completamente. Iniziando a scoprire cosa vale davvero, senza temere rivoluzioni nella propria vita.

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Miracolo a Le Havre
Fin/Fra/Ger 2011, 93'
Genere: commedia, drammatico
Regia di: Aki Kaurismäki
Cast: André Wilms, Kati Outinen, Jean-Pierre Darroussin, Blondin Miguel
Giudizio: consigliato





Recensione da Sentieri del cinema
Come in tutti i film di Aki Kaurismäki, la connotazione geografica del film è puramente simbolica. Le Havre è un porto qualsiasi, che nella sua accezione più profonda diventa rifugio: rifugio per il protagonista, Michel Marx, un uomo semplice e sereno, felice di trascorrere la sua esistenza a fianco di Arletty, moglie tenerissima, e ai vicini di casa, sempre pronti a dare una mano nel momento del bisogno. Rifugio per Idrissa, un giovane clandestino sbucato da un container africano e ricercato dalle autorità, sotto la guida del flemmatico e nerovestito ispettore Monet, ma nascosto dalla benevolenza di Michel e dei suoi amici. Miracolo a Le Havre è una storia tenera e intrisa di utopia, realizzata con forma unica e inconfondibile cui ci ha abituato Kaurismäki. Poetico, con tocchi di comicità, il regista finlandese ricorda Buster Keaton, un comico che riusciva a essere squisitamente divertente anche senza bisogno di sorridere. Sono piccoli particolari, come lo sguardo deluso del protagonista che per campare fa il lustrascarpe, al vedere che tutti indossano scarpe da tennis o stivali di gomma; o come l’ispettore Monet nell’atto di acquistare un ananas. Il primo fa sorridere coll’eloquio forbito (che serve anche a tener buoni i creditori); il secondo sostituisce alle parole una mimica essenziale ma dai perfetti tempi comici. Il tutto condito dalla confezione tipica di Kaurismäki, un ambiente anacronistico che mescola passato e presente in modo sapientemente bilanciato: il protagonista vivacchia modestissimamente come lustrascarpe ambulante (come egli stesso lo definisce, “il mestiere più vicino al Discorso della Montagna”), sua moglie (Kati Outinen, una costante del regista) è donna tanto affettuosa quanto di scarse parole ed espressioni; l’ispettore guida una Renault dei primi anni ’70; la casa di Michel, senza televisione né telefono, sembra ferma al dopoguerra, come pure le botteghe o il bistrot che frequenta. I colori appartengono a una tavolozza che si trova solo nei film di Kaurismäki: verdi bottiglia, una azzurro oltremare, marroncini, con ogni tanto una macchia di giallo o di rosso che accentua il chiaroscuro delle scene. Così pure i nomi: l’eroe del film si chiama Marx e ha una cagnetta di nome Laika (come il primo animale mandato in orbita dai sovietici). Sua moglie si chiama Arletty (come una famosa attrice) e l’ispettore Monet, in omaggio alla Francia. Ben lontano comunque da ogni connotazione ideologica (ma anche dalla tensione drammatica di alcuni dei suoi film più riusciti), in Miracolo a Le Havre, come in Miracolo a Milano di De Sica, si sogna un paese dove buongiorno voglia dire veramente buongiorno, e anche il più truce tra i tutori dell’ordine nasconda un cuore d’oro.

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Fireproof
USA 2009, 118'
Genere: sociale, drammatico
Regia di: Alex Kendrick
Cast: Kirk Cameron, Erin Bethea
Giudizio: imperdibile




Recensione da Film garantiti
Il film racconta la storia di Caleb Holt, un vigile del fuoco, il quale vive tenendo sempre in mente una massima del padre: "Mai lasciare indietro il tuo compagno".
Mentre si prodiga per salvare vite umane, Caleb non è abbastanza sensibile e gentile per salvare il suo matrimonio, che dopo sette anni rischia di naufragare.
In maniera assolutamente veritiera il film mostra i litigi tra Caleb e sua moglie Catherine, che sembrano non com- prendersi più, ed anche quando Caleb su consiglio del padre si comporta più gentilmente, Catherine, tentata da un medico, non riesce a capirlo. A questo punto la "Prova del fuoco" diventa una sfida ad amare di più.
Consigliato e sfidato dal padre, Caleb non accetta l'idea della separazione e del successivo divorzio, si mette in gioco e comincia a seguire un programma come dettato dal libro consegnatogli dal padre. Una sorta di educazione all'amore gratuito e incondizionato, con la pratica di esercizi quotidiani per contrastare il proprio egoismo e sviluppare una più vasta capacità di amare.
Nonostante gli sforzi di Caleb, a causa di equivoci e tentazioni, Catherine respinge continuamente le attenzioni di suo marito e arriva a chiedergli il divorzio. Ma proprio nel momento più duro Caleb trova la fede, si rinnova, gode del sostegno dei suoi genitori che lo spingono a non mollare e a migliorarsi...
Quando è uscito negli Stati Uniti, Fireproof ha fatto segnare un incredibile esordio. Il film è scritto e diretto da Alex Kendrick, un pastore battista, regista di "Affrontando i Giganti", un altro film del 2006 che ottenne un grande riscontro di pubblico.
Il film è adatto alle coppie cosi come anche ai giovani che si accingono a sposarsi: offre molti spunti di riflessione senza mai annoiare o cadere in una forma di bigottismo che lo renderebbero poco credibile, mentre apre ad una visione del matrimonio dove l'amore, il dialogo, la comunicazione e la condivisione diventano gli ingredienti essenziali per una felice vita di coppia.

 
 
 
 
 
 
 
 
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