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I L    N O T I Z I A R I O
Vita parrocchiale

A R C H I V I O

DALLA PASQUA NASCE LA NOSTRA FEDE

La nostra fede si esprime nella vita e nella celebrazione dei sacramenti.
La vita ha tre caratteristiche pasquali:
1. la liberazione di Cristo dal peccato nostro. Dalla Pasqua nasce lo stile di vita di stare lontano da ogni peccato. Se Cristo ha vinto il peccato ci chiede di non rinnovare quei gesti negativi e perfidi che sono stati racchiusi nella sua immensa sofferenza nella passione e morte. Dunque ogni battezzati viva nella giustizia, nella verità e nella santità della vita.

2. la liberazione di Cristo dalla morte. Dalla Pasqua nasce la certezza che dopo la nostra morte fisica ci attendono le braccia misericordiose del Padre. Come Cristo, uomo in vera carne umana dopo la morte è risorto dalla morte e vive, così tutti coloro che sono rivestiti di carne e muoiono hanno da Cristo la visione del Padre e la partecipazione alla sua gloria. Che certezze abbiamo davanti a ciò che fa paura ad ogni vivente! La morte è un doloroso parto per vivere contemplando il volto di Dio.

3. la liberazione dalla legge. Cristo ci ha dato una unica legge. Amare. Amare Dio e amare le persone come Lui ha amato noi. Da qui nasce lo stile pasquale della vita di amare! A volte amare fa trasgredire le leggi vigenti. Pagheremo le multe con gioia sapendo di aver obbedito alla regola dell'amore. Quanti giudizi in meno se avessimo la certezza che anche gli altri si comportano per amore davanti alle situazioni che incontrano! Noi, purtroppo, ci siamo abituati prima a criticare, poi a lodare! Invece bisognerebbe prima lodare ed eventualmente migliorare i comportamenti iniziali.



La fede ci spinge a celebrare i sacramenti che sono dei gesti che, se celebrati con fede, mostrano l'intervento di Cristo risorto sulla Chiesa e sulla persona.
Dalla Pasqua nasce il battesimo che è la certezza della fedeltà che Dio offre ad ogni persona e che domanda pure fedeltà a Lui per tutta la vita. Cristo infatti è la perla trovata che vale più di ogni altra cosa.
Dalla Pasqua scaturisce il dono dello Spirito Santo, perché Crusto non è più visibile tra noi. Lo Spirito Santo agisce in coloro che pongono la fede in Cristo risorto dai morti. Lo Spirito Santo suggerisce il modo migliore per costruire la storia che giungerà a Dio.
Dalla Pasqua nasce la celebrazione dell'Eucaristia. Cristo nutre la Chiesa di sé, Pane che dona la vita eterna, ed è segno di comunione con Dio e con i fratelli nel vivere il comandamento dell'amore.
Dalla Pasqua nasce il matrimonio come sacramento nel quale ci si ama per sempre, per tutti i giorni della vita, come fa Cristo verso di noi. L'uomo e la donna si sposano nella certezza di ricevere da Cristo la forza di saper amare come Lui è capace di amare: fino alla fine!
Dalla Pasqua nasce il sacramento della remissione dei peccati perché dalla croce di Cristo è stata data la certezza che i peccati sono già stati perdonati e la denuncia cosciente fa nascere la conversione e la vita nuova.
Dalla Pasqua nasce il sacramento dell'unzione dei malati, perché Cristo ha dato una luce nuova anche alla sofferenza della persona umana. Cristo non vuole né la sofferenza, né la morte. Cristo vuole essere fedele al malato e sorreggerlo in vista della possibile guarigione  ed, eventualmente, per dare certezza di vita anche nella morte.
Dalla Pasqua nasce l'ordine sacro che è il mandato per anadre ad annunciare al mondo il Vangelo di Cristo a tutte le creature.

L'INAUGURAZIONE DELLE NUOVE VETRATE DI FRA ROBERTO

Beati i misericordiosi
perché troveranno misericordia.
Beati i  puri di cuore,
perché vedranno Dio

La fede è un impegno con noi stessi,
con Dio in noi.


Il segreto del successo
sta nell’attraversare la vita
con un’anima intatta.

Bisogna che l’uomo sia
anche l’anima che lotta,
che cerca la luce
nell’oscurità delle cose.



Ammirare delle vetrate è mettersi nell’umiltà di ricevere dalla luce la possibilità di vedere i colori. Vedere i colori in forme armoniche e in tinte in accordanza tra loro ricordano l’arcobaleno, la gamma dei colori, e rammentano i profumi che ogni fiore emana nell’aria.
Posare questa vetrata a quattro lati ricorda che noi siamo poveri al punto di vedere e leggere una facciata per volta, una dopo l’altra e lasciare entrare in noi una frase per volta, una dopo l’altra, per collegare il colore alla vita.
Se leggiamo le frasi collegate con l’insieme e le forme dei colori ci accorgiamo che non suggeriscono poesia. Suggeriscono impegno e responsabilità. Come la vita di ogni persona.


Il fatto della posa delle vetrate e l’offerta di frasi ai piedi delle stesse in un Camposanto spinge la nostra presenza a fare della nostra vita una responsabilità e un impegno.
Questo lo facciamo anche nella contemplazione delle persone che sono passate nella storia prima di noi. In un campo santo riposano persone che si sono impegnate a vivere la vita, forse con fatiche più grandi delle nostre. Forse hanno camminato nel dolore e nella povertà. Ci sono, stese, persone che sono state riconosciute dagli uomini per quanto hanno fatto e vissuto. I colori e le frasi ci ricordano tutto questo. (*) Nei loculi riposavano tante persone delle quali oggi esaltiamo il nome. Questa opera d’arte le commemora e le onora.



I colori sono l’espressione dei sentimenti e, attraverso i colori, adulti e bambini, esprimono il profondo di loro stessi.
. Chi non ricorda il rosso espressione della rivoluzione, intrisa di sangue?
. Chi non ricorda il verde con cui Chagall ha colorato la risurrezione di Cristo?
. chi non pensa al colore celeste con cui si rivelano i sentimenti della serenità del cielo, ma anche dell’animo umano?

Avere un vetrata nel cimitero significa ricordare il dolore di chi è morto nella violenza, di chi è morto sul lavoro, chi sulla strada, chi nel proprio letto e chi improvvisamente. Sono i colori del dolore delle famiglie, delle persone rimaste sole, delle persone smarrite perché rimaste senza la persona amata.
Ricordiamo tutti i defunti che riposavano nei loculi ora rinnovati.

Ma i colori della vetrata possono parlare anche di ciò che la morte dice a noi che siamo viventi; possono dire ciò che, per chi crede, Dio dice della vita eterna e dell’al di là.
La morte sceglie un colore per esprimere che è una realtà certa, dalla quale nessuno potrà sfuggire.
La morte sceglie un colore per esprimere che, alla morte bisogna prepararsi, parlandone liberamente con i familiari come si parla di una gita in un paese lontano.
La morte sceglie un colore per dire di onorare il proprio casato – la propria parentela – con l’onestà e la giustizia, con il rispetto della persona e di ogni diversità.

E Dio?
. Dio sceglie un colore per parlare a noi dell’invito a partecipare a un banchetto eterno
. sceglie un colore per dire che Lui ci ama anche dopo la morte e che non lascia soli chi è vedovo o orfano, che ha fame o è in carcere.
. sceglie un colore per parlare del valore che ha la vita sulla terra, del valore della sofferenza e della fatica, della morte come parto doloroso per nascere a una vita più felice della nostra nel corpo.

Signore ti benediciamo per i colori che tu hai messo nella luce, nell’acqua, nella natura e anche sulla pelle delle persone.
Signore lascia che i colori ci parlino per arricchire la vita che viviamo.
Signore parlaci attraverso i colori con cui parla la morte e con cui parla la vita.
Signore insegnaci a rispettare la morte di tutti e a onorare tutti coloro che sono morti.
Benedici i nostri occhi che contemplano questa raccolta di colori che parlano a noi come parla un arcobaleno.
Metti sulla nostra bocca le parole che dicono i sentimenti verso tutti coloro che riposano in questo campo santo.
Benedici gli artisti che parlano a noi attraverso i colori e non sempre attraverso le parole, perché sanno che le parole possono dire meno di ciò che sentono. AMEN


UN MAGGIO CHE VALE UN PERÙ


Il mese di maggio in questo 2016 è un mese di feste e di solennità. È un mese che comprende cinque domeniche e due solennità infrasettimanali: l’Ascensione del Signore (celebrata in data 5 maggio) e la solennità del Corpo e del Sangue di Cristo (celebrata in data 26 maggio). Aggiungendo che la Pentecoste, in data 15 maggio, e la solennità della SS. Trinità, in data 22 maggio, sono due solennità importanti che cadono di domenica, possiamo sottolineare che il mese di maggio è un mese di intensa spiritualità legata al Signore Gesù Cristo e alla vita della Chiesa.

Ascensione del Signore
L’Ascensione del Signore è il coronamento dell’esperienza terrena di Gesù. Salito al cielo, da dove era venuto, lo attendiamo alla fine dei tempi, nella sua seconda venuta come giudice della storia. "Non vi lascerò orfani - aveva dello agli apostoli - vi manderò lo Spirito Santo consolatore, il Paraclito!".
Lo Spirito Santo  - disse Gesù - ha tre caratteristiche:
vi difenderà nella persecuzione e nelle aggressioni;
vi sorreggerà nel vostro andare verso il mondo e nei mutamenti generazionali;
vi illuminerà perché restiate sempre fedeli alla Parola e alla persona del Cristo, che sono immutabili nel tempo.

La Pentecoste
La solennità della Pentecoste è la festa dell’accoglienza dello Spirito Santo e dà inizio al tempo della Chiesa.
Il tempo della Chiesa è l’oggi della nostra storia, per noi che formiamo questa generazione. La presenza dello Spirito ha sorretto, prima di noi, duemila anni di storia, senza la presenza visibile del Cristo Signore. La Chiesa è ed è stata perseguitata. È stata difesa dallo Spirito Santo rendendo i perseguitati testimoni e annunciatori anche nella morte fisica.
Durante questi secoli la filosofia e le ideologie hanno messo a dura prova l’agire cristiano dei testimoni fedeli: i santi. Essi hanno saputo innalzare il Vangelo perché l’amore e la misericordia diventassero regola di comportamento tra gli esseri umani.
Certamente la cristianità ha peccato nella storia. Si è lasciata invischiare dalla mentalità del potere e del possedere, si è divisa. Si è lasciata prendere dai modi facili della violenza e della ricchezza. Ha organizzato crociate e accettato soprusi verso le culture nella evangelizzazione del mondo nuovo.
Lo Spirito Santo, quando è stato ascoltato e accolto, ha suscitato donne come S. Caterina da Siena e S. Teresa di Gesù o come fra Martino de Porres o S. Pietro Claver che sono stati capaci di unificare nell’amore ciò che il potere e il denaro avevano corrotto.
Lo Spirito Santo ci ha dato Papi santi in questa nostra generazione. Li abbiamo conosciuti e ammirati. Ci ha offerto persone che hanno saputo ribaltare i poteri per dare la libertà alle coscienze e valore alla persona. Lo Spirito Santo ha suggerito alla Chiesa moderna di radunarsi per il Concilio Vaticano Secondo in modo che dicesse a tutte le persone di buona volontà i contenuti del Vangelo e della teologia cristiana.
Celebrare la Pentecoste significa ringraziare Dio per quanto lo Spirito Santo ha potuto e saputo compiere nonostante la poca fede degli uomini e nonostante la mancanza di religiosità nel culto. Lo Spirito Santo agisce nella Liturgia, quando la comunità di raduna. Lo Spirito Santo invita a dare significato di fede ai segni che ogni uomo vede in modo che diventino occasione per la santificazione della vita e della storia di oggi.

La Santa Trinità
La solennità della Santa Trinità è la festa nella quale si onora come è il nostro Dio: unico in tre persone, Padre, Figlio e Spirito Santo. Il mistero del nostro Dio è riconoscibile nella creazione come dono offerto dal Padre a tutti gli uomini di tutte le generazioni. Da essa riconosciamo che Il Padre è Sapienza, è Provvidenza, è datore di vita.
Dal Padre abbiamo ricevuto il Figlio Gesù come dono inviato a restaurare la parte dell’uomo che il peccato ha rovinato e che non era conforme alla sapienza della creazione della persona umana. L’uomo con Cristo, Figlio di Dio ha scoperto la sua grande dignità e ha saputo di avere una traiettoria che lo proietta verso un’eternità beata e verso una vita eternamente felice.
Nel Cristo celebriamo la nostra redenzione e il dono più grande che Dio poteva offrire alle persone di tutti i tempi: il perdono dei peccati e la vita eterna nella gloria.
La croce è il simbolo di un amore che ci ha redenti e salvati. Infine, la Pentecoste, ci ha fatto conoscere lo Spirito Santo, Spirito che pervade la nostra persona nella sapienza, nell’intelletto, nel consiglio, nella fortezza, nella scienza, nella relazione con Dio sia per riconoscerlo come indispensabile alla completezza del nostro saper relazionare con gli altri, sia nell’obbedienza a Lui riconoscendolo Dio, Padre, e Signore.
La solennità della S. Trinità ci rivela un Dio non chiuso in se stesso, ma in dinamico dialogo e in continuo dono di sé all’altro. Un dono che, per chi lo accoglie, permette di diventare Figli di Dio e dunque trinitari con Il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo. L’uomo diviene il luogo dove abita questa pienezza che noi chiamiamo Dio uno e Trino.
La celebrazione della Santa Trinità ci permette di sperare che, dopo l’accoglienza di Lui nella nostra vita, Lui ci accoglierà nella sua eterna relazione d’amore, in una completezza che sarà la nostra ingigantita grandezza… fino a diventare divini!

Il Corpo e il Sangue di Cristo
La solennità del Corpo e del Sangue di Cristo è, invece, la festa che rende certa la Chiesa di essere accompagnata, nella storia, dal Pane della vita. La Parola e il Pane dell’Eucaristia formano la comunità e la rendono fedele a Cristo in tutte le diversificazioni di lingue, di culture, di doti personali, di servizi all’interno della Chiesa e di ogni comunità parrocchiale.
L’Eucaristia domenicale è il segno della fedeltà a Cristo. Una Parola che non muta nel tempo e che è guida sicura che fertilizza la vita della Chiesa come lievito in mezzo alla massa della pasta dell’umanità. L’Eucaristia è il pane che ci rende uniti in "comunione" con Cristo e con la Chiesa nell’obbedienza, oggi, a Papa Francesco e al vescovo Valerio.
La processione del "Corpus Domini", che si snoda per la piazza, è simbolo di questo cammino nella storia che la comunità compie sorretta dalla Parola e dal Corpo e dal Sangue di Cristo.

Due note finali
Domenica primo maggio, la Parrocchia di Pianezzo celebra i suoi patroni: i Santi apostoli Filippo e Giacomo. Carena, invece, nella domenica 22 maggio, celebra la festa del patrono S. Bernardino da Siena. I primi, danno alla comunità la tonalità dell’annuncio della fede. S. Filippo e Giacomo invitano ad una educazione religiosa in famiglia, invitano all’ascolto della predicazione, invitano ad una catechesi continuata tra gli adulti per rafforzare la fede e confrontare il proprio pensiero con la teologia della Chiesa.
S Bernardino, invece, è il modello dell’importanza che ha l’Eucaristia nella comunità. È nel nome di Cristo che l’uomo e la donna di tutti i tempi, trovano la salvezza.

Davvero un mese di profonda spiritualità che vale un Perù!


LA FESTA DI PRIMA COMUNIONE

In occasione della festa dell’accoglienza dei bambini alla Messa domenicale che abbiamo celebrato in parrocchia, ecco alcune riflessioni sul valore della funzione comunitaria. Il ritmo della Messa domenicale racchiude una pienezza tale che la Chiesa, nei suoi precetti, ha fatto obbligo della Messa domenicale.

Il grande valore della Messa domenicale
La Messa è il modo con cui esprimi che Cristo è entrato e ha preso posto nella tua vita di credente dopo il Battesimo. La Messa della domenica è il minimo rapporto che vivi con i fratelli che con te credono, con te danno testimonianza del Vangelo nella vita settimanale, danno testimonianza della fede e vivono la carità davanti ai bisogni dei fratelli.
La Messa è il coraggio gioioso di sedersi alla Mensa della Parola di Dio per avere una novità ogni settimana con cui rivestire la tua sete di contenuti cristiani, la tua sete di carità per vivere il comandamento dell’amore.
La Messa domenicale è il coraggio, desiderato e voluto, di sedersi alla Mensa del Pane, che è Corpo di Cristo, per entrare e stare in comunione con Lui, datore della vita, rinnovatore della vita, pegno di vita eterna e di risurrezione.
Quando la persona ha scoperto che Cristo è vita, Cristo è luce, Cristo è forza non ne farà facilmente a meno.

Dalla Messa domenicale scaturisce la dimensione missionaria del credente e della comunità. Ci sono tanti fratelli freddi nella fede, lontani dalla pratica religiosa e dei sacramenti; ci sono tanti fratelli che non hanno mai sentito parlare di Cristo.
Nella Messa domenicale Cristo, da invitati, ci trasforma in inviati ad andare ad annunciare il Vangelo ad ogni creatura.



E... ancora… e in più
Non fossero sufficienti queste ricchezze interiori che scaturiscono dalla bellezza che è Cristo vivo e risorto, la Messa domenicale ci unisce a tutti fratelli del mondo. Ci unisce, perché tutti, in tutte le Chiese, ascoltano la stessa parola di Dio. Tutti celebrano e lodano lo stesso Cristo che ci ha redenti. Tutti amano e lodano l’unico Dio, Padre di tutti, che continua a mostrare il suo amore dandoci una natura stupenda, una casa comune che deve nutrire ogni persona e  rendere fraterni i rapporti tra le culture e le nazioni del mondo.
A Messa preghiamo per i bisogni dei fratelli perseguitati e poveri. Preghiamo perché tutti abbiano la pace; tutti abbiano il pane di ogni giorno.
Alla Messa domenicale chiediamo al Padre di rinnovare in noi la presenza dello Spirito Santo perché faccia della nostra vita l’offerta migliore gradita a Dio.
Alla Messa domenicale ci stringiamo attorno a Cristo per pregare per il Papa e per il vescovo della diocesi. Sono, nella gerarchia, il segno dell’unità della fede nella diversità di lingue, di professioni , di culture, di comunità parrocchiali e di doti d’ognuno preso personalmente.
Dire che la Messa domenicale è una miniera è poco. Bisogna affermare che è il Mistero della Pasqua vissuta nel ritmo settimanale.

Una festa d’accoglienza
Da questi contenuti nasce la festa dell’accoglienza dei bambini alla Mensa domenicale.
Siamo lieti e riconoscenti ai catechisti che hanno preso per mano i bimbi e hanno cercato di offrire loro, la prima comprensione della grandezza della Messa come incontro con Cristo e con la comunità che ha la stessa fede.
Siamo consapevoli che la festa d’accoglienza – detta "della Prima Comunione" – non è un traguardo! È solo l’inizio di una cammino che, se percorso ogni domenica, porterà a una vera spiritualità cristiana nella vita della persona.
Siamo coscienti che anche i genitori dovrebbero compiere un cammino di riscoperta dell’Eucaristia e della Messa domenicale, altrimenti il bambino non potrà essere nutrito continuamente in parrocchia. Sono  i genitori i primi attori dell’educazione che parte dalla dimensione familiare, anche per quanto attiene alla crescita del legame con Cristo.

Una comunità che apprezza la Messa domenicale
La festa di prima Comunione dovrebbe essere organizzata dalla comunità che frequenta ogni domenica l’Eucaristia.
Oggi la festa è una festa per i bambini e i loro genitori segnata dall’affluenza di tanti familiari. Ma mi chiedo: quali sono i segni che la comunità manifesta per tanti bambini che iniziano a partecipare alla sua più grande festa settimanale?
Una lode la esprimo ai giovani che animano la Messa domenicale delle ore 10.30 con musica e canto. Una lode va ai catechisti che raccolgono i bambini per la Liturgia della Parola. Abbiamo una Messa domenicale che lascia vita e spazio ai bambini di ogni età. Anche durante la celebrazione dei battesimi i bambini hanno un posto importante, attorno all’altare, quando per la prima volta il battezzato può invocare Dio con il nome di "Padre".



Interrogativi
La comunità che partecipa alla Messa domenicale può festeggiare la presenza di questi bambini – tanti o pochi che fossero – anche nelle domeniche successive la festa? Quali orari saremmo disposti a modificare nell’impianto "solito" per favorire la presenza dei bambini alla Liturgia in qualche giorno feriale?
Chi si pone a servizio dei bambini perché vengano proposti momenti di culto e di preghiera all’inizio delle vacanze, all’inizio del periodo scolastico, in occasione della Novena di Natale, in occasione del passaggio dalla scuola d’Infanzia alla scuola elementare come prima tappa di crescita della loro persona?
Non siamo chiamati, noi adulti, ad aiutare i bambini e i loro genitori a rieducare alla spiritualità, ad esempio mediante il sito internet della Parrocchia che potrebbe stimolare una educazione religiosa in famiglia?

Poi è vero che non saremo noi a cambiare il mondo!... ma poniamoci le domande necessarie a qualche passo verso l’incontro con la prossima generazione.

DOVE NASCE L’UOMO VERO?

Il 1 febbraio don Libero Gerosa ha parlato della misericordia e del sacramento della Riconciliazione a Spazio aperto di Bellinzona. Ha iniziato proponendo a tutti il vangelo di Matteo (5,48) dove Gesù dice: "Siate perfetti, come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli". Anche il Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 2013 afferma che "tutti siamo chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità".
Queste affermazioni non sono impossibili e non sono asticelle troppo alte per non essere raggiunte. Ogni persona ha dentro di sé Dio e deve cercare la comunione con Dio che è la ragione più alta della dignità umana. Non è sufficiente all’uomo scoprire se stesso, occorre anche che scopra Dio che è dentro di lui e metta in atto di fargli il posto più grande nella vita. Dio stesso ci viene incontro, perché è pieno di amore per l’uomo.
Dio amore ci rende simili a Lui. La nostra entrata nel grande mistero dell’amore che è Dio è il punto più alto della persona umana.

La necessità di un cammino spirituale.
Per raggiungere questa intima unione con Dio e avere gioia di approfondire sempre più la sua presenza, la comunione con Lui e l’amore di Lui occorre intraprendere un CAMMINO SPIRITUALE. Il cammino di ricerca, di scelta dell’amore a Dio e la continua crescita del suo amore in noi è una vera dimensione missionaria. Dio ci chiama a essere in intima unione con Lui, come ci ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 2014.

L’importanza dei sacramenti.
Gli strumenti offerti a tutte le persone per entrare, approfondire e godere dell’unione con Dio sono i sacramenti. Essi sono gli strumenti ordinari per crescere nell’unione con Dio. La Chiesa tutta, formata dalla Parola di Dio e dai sacramenti diventa "di Dio", come Dio diceva del popolo d’Israele: "È il mio popolo".
Tra i sacramenti il più importante è l’Eucaristia nella quale la Chiesa incontra, ascolta, si unisce e celebra e offre al Padre il Cristo suo Figlio. Dopo l’Eucaristia la CONFESSIONE DEI PECCATI è il sacramento che più stabilisce una relazione d’amore di Dio con il peccatore che ha cercato, comunque, di amare e unirsi a Dio nella quotidianità della vita. Il peccato, infatti, è la cosa più umana che la persona può vivere e Dio si serve anche del peccato per mostrare la sua vera identità che è la misericordia.
Quanto non sei riuscito a vivere della tua profondità lo potrai fare da oggi in avanti, perché Dio, che è misericordia, ti aiuta e non ti abbandona nella tua fragilità. Il peccato è l’insieme dei gesti che hanno reso la persona meno simile alla propria bellezza e alla propria dignità prodotta dalla presenza di Dio nella persona. Se facessimo un cammino di ACCOMPAGNAMENTO SPIRITUALE saremmo aiutati dal maestro dello spirito a cercare i criteri per la crescita interiore.

Altri aiuti alla santità.
Vi sono anche strumenti di crescita soggettivi e questi si possono riassumere nelle parole: accusa dei peccati, contrizione e riparazione (soddisfazione).
Nel dire verbalmente i peccati ognuno si rende conto quanto fa bene sentire il nome del peccato e si rende conto di dove è divenuto meno uomo e dove è rimasta carente la risposta all’amore di Dio.
La contrizione, invece entra nel sentimento del mancato affetto nei confronti di Cristo e, anche questo momento, è inizio di conversione.
La riparazione del male avvenuto e il riparare alle conseguenze dei peccati nei confronti dei fratelli offesi è sicuro impegno a progredire nell’amore verso Dio e verso i fratelli.
Ci rendessimo conto, anche a livello sentimentale, di quante ferite possono provocare negli altri i nostri peccati e i nostri sbagli, ci renderemmo anche conto di come questo è uno strumento soggettivo di conversione e di misericordia di Dio verso di noi e verso i fratelli!
Con tutta certezza si può affermare che la mancanza di accompagnamento spirituale ha lasciato prima sbiadire e poi sfumare tanti motivi di conversione all’amore di Dio e ai fratelli. In altre parole è venuto a mancare un cammino di approfondimento interiore verso la progressione al bene e la santità della vita. I santi mistici, scrittori di testi, a tale proposito sono veri maestri di un innamoramento al Cristo e di stimolo a prendere seriamente, e affettivamente, la risposta al grande amore che il Padre ha gratuitamente nei nostri confronti.

Stimoli di approfondimento.
Don Gerosa ha infine lasciato delle piste di riflessione ai presbiteri e ai laici presenti.  L’amore del Padre misericordioso è capace di restituire l’uomo a se stesso ( di qui il titolo della serata).
- Passare da una pastorale di conservazione a una pastorale missionaria.
- Stimolare una presenza di santuari dove le persone posso incontrare a ogni ora del giorno la possibilità di confessare i peccati e possono incontrare maestri dello spirito che accompagnano spiritualmente i penitenti.
- Suscitare una più intensa pastorale inter-parrocchiale, zonale o vicariale in modo da uniformare anche le parrocchie all’aggregazione comunale che avviene inevitabilmente sul territorio.
- Vivere l’Eucaristia come il vertice degli strumenti oggettivi che Dio ha per incontrare il suo popolo; per aiutare le persone a offrire la santità della loro vita come sacrificio gradito al Padre; come incontro con Cristo, Parola che converte; come festa per celebrare il mistero dell’amore di Cristo che offre se stesso per la redenzione del mondo di oggi.
- Da ultimo, ma non da ultimo vivere le opere di misericordia corporali, ma soprattutto spirituali, per allenare la persona a credere che nulla è più sublime della carità e che ogni gesto di amore verso il bisognoso e il povero è vero segno di appassionato amore verso Cristo.


LAUDATO SI'

Questo è il titolo della lettera Enciclica di Papa Francesco , "sulla cura della casa comune". È uno scritto facilmente accessibile a ogni lettore e, questa nota di semplicità, dice che il pianeta Terra non è nelle mani degli specialisti, ma di ognuno di noi. Non si tratta di una lettera sull’ecologia, ma sull’uomo e sulla sua esistenza.

La riflessione porta ogni lettore a comprendere il legame tra la casa comune dell’universo creato, la madre Terra, e l’uomo che la abita. Per come è fatta la vita terrestre e per come è fatto lo spirito umano, le due realtà si rovinano ineluttabilmente insieme. In risalto viene messo il rapporto tra giustizia sociale ed ecologia.
La mancata giustizia nella convivenza tra gli uomini rovina il pianeta, semina in mezzo alle piante e gli animali, in mezzo ai fiori e alle erbe la bruttezza e la tristezza che porta al consumo dei beni della terra in modo avido e favorisce il lavoro della morte. Vi troviamo un rimprovero aperto allo stordimento tecnologico che non porta all’uguaglianza, ma al dominio di pochi. Troviamo anche che la causa che smorza l’autoaffermazione e l’autorealizzazione dell’individuo è l’indifferenza che spegne l’amore, la fraternità e la collaborazione per favorire il solo godimento individuale.
Siamo entrati in un modello di vita che chiede sempre più potere alle risorse del pianeta. Vuole accumulare e accumulare in mano a pochi. In tale modo di vivere la casa comune ha delle crepe preoccupanti, invece di essere "sorella e madre bella". La nostra responsabilità è anche nei confronti del creatore che ci ha affidato la storia perché diventi un cammino umano tra gli umani.



L’enciclica è redatta in sei capitoli.
Inizia con un capitolo dedicato ad un’analisi attenta e dettagliata delle crepe del pianeta; i molti problemi citati sono espressi con competenza e precisione scientifica.
Il secondo capitolo si interroga sulla sapienza biblica a riguardo della creazione e cerca lo sguardo di Gesù perché faccia luce sul mistero dell’universo e aiuti i credenti in Cristo a cogliere la comunione universale e la destinazione universale dei beni della terra. Ma il problema della casa comune non è soltanto dei cristiani!
Nel terzo capitolo, che ha come titolo " la radice umana della crisi ecologica",  Papa Francesco elenca i risultati cui è giunta la tecnologia, la globalizzazione, l’antropocentrismo che sono strutture umane pericolose. Confrontate con il progetto di Gesù hanno allontanato la giustizia dal pianeta. Le strutture, per necessarie che siano, vanno corrette!
Nel quarto capitolo "un’ecologia integrale" vengono evidenziate e proposte delle nuove idee per una nuova mentalità: il rapporto tra ecologia e vita quotidiana, la cura della casa comune in rapporto alla giustizia sociale.
Il quinto capitolo offre alcune linee di orientamento e di azione. Sono proposte operative che partono dal necessario dialogo tra le parti in causa nei vari livelli perché emerga che la casa è di tutti.
Infine il sesto capitolo "educazione e spiritualità ecologica" porta il lettore alla spiritualità nei confronti della tematica dell’enciclica.
Vedere, giudicare e agire sono i verbi che aiutano la concretezza e danno un metodo di lavoro per l’azione pastorale. Non si potrà camminare speditamente se prima non si scopre la fedeltà a Dio e la fedeltà all’uomo con una vigile attenzione d’accostamento di queste due realtà.  L’uomo di oggi ha bisogno di entrare nella sua casa con l’ascolto di Dio e con l’ascolto dell’uomo. Ha bisogno di sentirsi popolo, più che individuo.
"Se noi non ci accostiamo alla natura e all’ambiente senza apertura allo stupore e alla meraviglia, se non parliamo più il linguaggio della fraternità e della bellezza nella nostra relazione con il mondo, i nostri atteggiamenti saranno quelli del dominatore, del consumatore e del mero sfruttatore delle risorse naturali incapace di porre un limite ai suoi interessi immediati. Viceversa se noi ci mettiamo intimamente uniti a tutto ciò che esiste, la sobrietà e la cura scaturiranno in maniera spontanea" (n.12). Ancora una volta ci viene ricordato un messaggio chiaro: chi paga il prezzo della crisi ecologica sono i poveri.


Puoi leggere e scaricare l'intera enciclica direttamente dal nostro sito, nella pagina iniziale sotto la rubrica "Orizzonti", dedicata a Chiesa e società.

Dalla domenica delle Palme alla Pasqua

La domenica delle palme
La settimana che si apre con la domenica delle Palme apre la SETTIMANA SANTA. La processione con l’ulivo non è soltanto imitazione della solenne entrata di Gesù a Gerusalemme in groppa a un giumento acclamato, dalla folla dei semplici, come Figlio di Davide e Messia. La processione con l’ulivo è una solenne festa della comunità parrocchiale che vuole lasciar entrare la bellezza della Messa, della morte di Gesù in croce e della sua Risurrezione. Queste tre realtà sono il contenuto della nostra fede. Per questo la domenica delle Palme prevede la lettura del racconto della passione del Signore.

Il Giovedì santo
L’Eucaristia è Cristo in mezzo a noi nel segno del pane e del vino che sono il suo Corpo e il suo Sangue. La bellezza del gesto di lavare i piedi ai discepoli è gesto che chiede di riconoscere la presenza di Cristo nei poveri e nel prossimo. Non si può staccare l’amore a Cristo dall’amore alle persone! Anche l’incarico lasciato agli Apostolo: "Fate questo in memoria di me" è per la comunità parrocchiale la gioia di avere un prete che offre Cristo attraverso la celebrazione dei sacramenti.
Per ricordare questa presenza il Vescovo celebra, al mattino del Giovedì Santo, la Messa crismale, insieme a tutti i presbiteri. È un grande dono poter vivere la certezza che Cristo ama e perdona, che conferisce lo Spirito a chi si cresima o a chi soffre nel gesto dell’imposizione delle mani e dell’unzione. Le mani consacrate del prete emanano certezza e uniscono la Chiesa a Cristo risorto e vivo. A ogni presbitero vengono consegnati i santi oli consacrati a proclamazione che vi è un unico Cristo che agisce nei sacramenti.

Venerdì santo
Il racconto della passione si sofferma sulla passione e sulla morte di Cristo. Nella celebrazione settimanale del "Cammino della Croce" la comunità parrocchiale si è preparata e ha meditato sul questo grande mistero d’amore di Cristo. Il Venerdì Santo sfocia nella adorazione della croce come gesto di amore a Cristo e come riconoscimento del segno della croce come segno di amore. La croce diventa per tutto l’anno segno di amore di Cristo, segno di gratuità nell’amore, segno di fedeltà alla volontà del Padre, segno di riacquisto di dignità da parte nostra per il perdono dei peccati ricevuto da Cristo.
Grande per noi cristiani il segno della croce! Potessimo essere liberi dalla persecuzione e potessimo essere unanimi nella crescita della fede in Cristo, poseremmo la croce visibile ad ogni curva della strada!

La Veglia pasquale
La Veglia Pasquale attende la comunità parrocchiale per quella che è la festa delle feste! Cristo, vittorioso sulla morte, è celebrato nei simboli del fuoco che illumina la notte; del cero pasquale che illumina il cammino dei battezzati.
La Veglia diventa la notte del racconto della grande opera di Dio iniziata con la creazione e proseguita con il dono del creato all’uomo, fino alla gioia di essere stati scelti perché schiavi del peccato per essere liberati dall’amore. La Parola di Dio ci narra la gioia di essere stati corretti dai profeti e, ancora, la gioia di aver ricevuto da Dio la sua Parola e i comandamenti come strada per giungere alla santità della vita. I cristiani si sentono dei fortunati, perché, dopo tutti questi inviti di Dio, si sono sentiti amati da Cristo che vince il peccato e la morte e infonde in tutti la presenza del Dio Amore e un destino di eternità e di risurrezione.
La Veglia prosegue poi con la consacrazione dell’acqua del Battesimo. Dentro quest’acqua abbiamo ricevuto il fiume della misericordia di Dio Padre che è fiume che non si può attraversare a guado. Esso invade tutta la terra, dalla montagna al mare. Trasforma le acque del mare in acque fertili, ricco di pesce e, sulle rive dove scorre, rende fertili gli alberi in modo che con i frutti tutti i popoli della terra si possano sfamare. Anche le foglie degli alberi sono medicinali. In tal modo la misericordia di Dio diventa davvero infinita e percorre la storia di generazione in generazione. Il canto delle Litanie dei santi ne proclama la ricchezza in tutte le generazioni passate.
Infine l’Eucaristia  farà proclamare all’Assemblea radunata questo grande "mistero della fede" che è Cristo stesso. La sua morte e la sua risurrezione sono un tesoro che arricchisce ogni generazione e tutti i popoli del mondo. Rallegriamoci nel celebrare la Pasqua di risurrezione. Diamoci appuntamento a questa grandissima festa che è, sì dell’Anno Liturgico, ma che è nostra e di tutta la Chiesa sparsa nel mondo.

IL 2 FEBBRAIO 2016: CHIUSURA DELL’ANNO DELLA VITA RELIGIOSA

La presenza dei religiosi nella Chiesa è una ricchezza. Attraverso il loro carisma mettono in evidenza una pagina di Vangelo perché sia sotto gli occhi di intere generazioni cristiane. Vi sono religiosi che pregano, altri che si dedicano ai malati, altri ancora che si dedicano a specifici problemi sociali. Altri ancora diffondono la cultura cattolica e altri ancora si dedicano alle missioni verso i lontani. Ma tutti vivono in comunità, grandi o piccole che siano. Vivono in comunità!
Propongono alla Chiesa il comandamento dell’amore e la invitano a frequentare il più possibile la comunità parrocchiale o diocesana, fatta di Gruppi o di Associazioni o di Movimenti. Essere un cuore solo e un’anima sola è la proposta suggerita dagli Atti degli Apostoli. Loro ci provano, pur in mezzo a tante fatiche, e vivono insieme; sotto lo stesso tetto, coltivando il loro carisma e obbedendo a un superiore. Una piccola gerarchia che è di servizio, per vivere la realtà della Chiesa e proporre a tutti che si è grandi quando si serve.
Ma l’offerta ancora più profonda è fatta attraverso i voti. Nella  povertà ricordano alla comunità della Chiesa che il vero valore assoluto, la ricchezza della Chiesa, è Gesù Cristo Signore. A tutti è indicato dal Vangelo l’invito a vivere la povertà. Tutti i battezzati la vivono come risposta all’amore di Cristo e cercano di non servire gli idoli, primo dei quali è la ricchezza e l’avidità di possedere.
Il voto dell’obbedienza ricorda alla Chiesa tutta che vi è la libertà di scegliere Cristo come Colui che guida la vita. L’obbedienza è il rinnovargli la riposta della fede. L’obbedienza è la gioia di non inventare regole che alla fine favoriscono l’allontanarsi dai due comandamenti per entrare in mille distinguo, invece che essere ancorati nell’amore totale. L’obbedienza ricorda alla Chiesa che non v’è amore più grande che dare la vita per gli amici. Ricorda che la risposta all’amore è l’amore.
Per questo motivo il voto della castità è invito a dedicarsi con tutto il cuore allo sposo che è Cristo. Ci si può dedicare a Lui anche se si è sposati o se si è celibi nella vita. L’amore è fatto di fedeltà e, dunque, questo voto, ci chiede di nutrirci della Parola di Dio e di Cristo Pane di Vita...non una volta all’anno perché è Pasqua, ma ogni domenica, per sentire il Cristo vivo e risorto come forza della propria capacità di amare.

Salga a Dio un generoso grazie per tutti i religiosi e le religiose che, da anni, sono presenti nel Bellinzonese. Hanno una storia lunga di decenni e di Istituti che hanno mostrato una presenza evangelica ben radicata sul territorio.
Grazie ai frati cappuccini della chiesa e convento del S. Cuore. Grazie alle Suore dell’Adorazione del SS. Sacramento che servono alla casa di riposo Paganini – Re. Grazie alle Suore Misericordine infermiere che abitano nella nostra comunità a Giubiasco. Grazie alle Suore della Santa Croce, di Via Maderno a Bellinzona. Grazie alle Figlie di S. Maria di Leuca che sono alla Culla S. Marco di Ravecchia.

LE CONFRATERNITE DELLA SVIZZERA ITALIANA: ONORE AL NOSTRO PASSATO DI FEDE


È uscita, per le Edizioni Ritter, la STORIA DELLE CONFRATERNITE DELLA SVIZZERA ITALIANA. Davide Adamoli ha compiuto una ricerca negli archivi di tutte le parrocchie della Svizzera Italiana e ha pubblicato questi due volumi di una ricchezza eccezionale.
Questa storia è la testimonianza, che continua ancora oggi, della vita di fede nelle parrocchie. Le Confraternite, delle quali si parla già nel 1291, sono formate da gruppi di persone di fede che danno segni esterni e visibili della loro vita di fede. Hanno al loro interno una gerarchia, dal presidente priore al segretario, al tesoriere, al canaparo, dentro la quale si danno il cambio nello stimolare la confraternita a compiere il bene che gli statuti indicano.
Vi sono confraternite dedite alla Liturgia, all’adorazione del sacramento dell’Eucaristia e vi sono confraternite che si dedicano alla carità a partire dal loro interno. Vanno a visitare i confratelli, li sostengono nei loro bisogni di infermità o di povertà. I membri delle confraternite manifestano la loro gioia anche nell’ornare le piazze e il sagrato delle chiese quando la comunità celebra una solennità. Hanno dunque una fede che si esprime sempre in segni esterni e visibili. Nelle Confraternite il parroco coltiva lo spirito di carità e di comunione reciproca, in modo che i confratelli siano anche fermento d’amore per tutta la comunità della parrocchia.

Un altro aspetto che viene alla superficie nello sguardo storico, è che la Confraternita è una scuola di preghiera sia personale che liturgica. L’appuntamento settimanale è la Messa domenicale. A casa si prega ogni giorno per i confratelli, per la propria famiglia e per tutti i poveri. Le indulgenze acquistate attraverso la preghiera erano di stimolo a pregare molto.
La Confraternita ha anche un ruolo dentro il momento della morte. Ogni confratello defunto è accompagnato al cimitero, dopo i funerali, da tutta la Confraternita. Segue, per i confratelli , il dovere della preghiera per il defunto e per tutte le anime del Purgatorio. In casi di povertà la famiglia del confratello defunto riceveva anche un aiuto come ad esempio il regalo della bara.
Il Confratello veste l’abito che serve a dare corpo all’unità oltre che a riconoscersi nella comunità. L’abito è segno d’impegno e di gioia nel  rendere visibile la propria fede. Indossare l’abito è l’espressione della libertà personale messa in gioco per obbedire alla regola della confraternita.

I due volumi sono in vendita al prezzo di 100.- fr.. Nel primo volume si racconta la storia di una presenza dal 1291 ad oggi; nel secondo volume si parla delle 1155 Compagnie devote attive nelle parrocchie. Questo prezioso lavoro di Davide Adamoli ha ricevuto il Premio Migros Ticino 2015 per ricerche di storia della Svizzera Italiana.

Un comune a 13

Sono soddisfatto per l’esito della votazione sull’aggregazione tra i diversi comuni del bellinzonese.
Mi rincresce allo stesso tempo che qualche comunità abbia, in tutta l'apprezzata libertà, rinunciato a questo passo di unità, anche se credo che ognuno aveva valide ragioni per esprimersi anche in modo negativo.
Sono stimolato da questo risultato perché stimola anche le Parrocchie dei diversi comuni che accolgono l’idea di un comune respiro d’unità, a rinnovarsi per coltivare l’identità di quelli che saranno i "quartieri". Come parroco sento il bisogno di creare sinergie e modi di fare che siano il più possibile omogenei tra le diverse parrocchie. Penso alla preparazione alla Prima Comunione, alla Cresima. Penso alla preparazione ai matrimoni, o alla Cresima degli adulti.
Certo, il tempo odierno, gli impegni familiari e professionali, la configurazione diversificata delle famiglie non permette più che si "faccia in fretta" questo tipo di preparazione. Ogni incontro con Dio nei sacramenti dovrà essere il più educativo possibile di una mentalità cristiana. La formazione di una mentalità di gruppo e di una mentalità che corre verso i valori profondi non può essere veloce e di poche settimane.
Né potrà essere soltanto vissuto attraverso  incontri davanti a un banco, ma dovrà diventare lettura del territorio, nell’arte delle chiese, nei luoghi di aggregazione a valenza cristiana (il cimitero, il sagrato della chiesa, le cappelle, gli oratori sui monti, ecc).
Fare in modo che i cittadini di domani apprezzino ciò che il passato ha posto nelle loro mani sarà anche questo compito delle parrocchie dentro il nuovo grande Comune.
Da tutto questo lavoro a favore dell’educazione e della formazione ad essere "quartiere", mi attendo anche un apprezzamento da parte della nuova autorità, anche e non solo come sussidio finanziario alle parrocchie e alle associazioni che nei quartieri terranno viva la mentalità aggregativa.
Tanto le autorità preposte all’aggregazione dovranno rimboccarsi le maniche verso il futuro, tanto le parrocchie dovranno fare altrettanto.

Un nuovo centro polivalente a Pianezzo

Ho colto con gioia e soddisfazione il risultato della votazione degli abitanti di Pianezzo. La maggioranza dei votanti si è espressa a favore della nuova costruzione. Personalmente sostengo anche l’appoggio dato dal Consiglio parrocchiale con la motivazione che, a Pianezzo, non esiste un ristorante e non esiste una vera piazza. Solitamente ristoranti e piazze sono luoghi d’incontro, di conoscenza e di scambio d’opinioni.
È vero che, a volte, si sentono "voci di piazza", ma credo che un nuovo centro polivalente, come hanno ripetuto più volte i promotori e il Municipio, possa diventare luogo d’incontro per gli abitanti, per gli scolari, per i giovani e gli anziani, per ogni iniziativa che riesca a trasmettere speranze e letture di situazioni particolari.
Anche i nuovi abitanti di Pianezzo avranno un luogo nel quale farsi conoscere. Anche la Parrocchia ha bisogno di essere conosciuta e frequentata.  Ha bisogno di persone che esprimano le iniziative più formative verso la popolazione. Avrà certamente uno spazio di attività anche nel nuoco centro polivalente.

a cura di don Angelo


ACCENDERE IL FUOCO

Accendere il fuoco è un’arte che ho imparato anche nello scoutismo, ma prima l’ho imparato a casa mia quando la mamma preparava i pasti sul fuoco del camino con le pentole sul trepiedi. Oggi Monsignor Valerio, attraverso la sua prima lettera pastorale, chiede a tutta la comunità parrocchiale di accendere il fuoco dell’entusiasmo per la fede nel Signore Gesù Cristo. Abbiamo riflettuto assieme la sera di venerdì 6 febbraio per capire cosa il Vescovo vuole dire alla diocesi, ad ogni comunità parrocchiale, ad ogni movimento, ad ogni cristiano.
Forse non è la prima volta che sentiamo queste parole, che veniamo invitati o esortati ad essere cristiani attenti e entusiasti, ma forse è ora che di rivedere la nostra vita, gli avvenimenti, le persone, gli eventi e scoprire in tutte queste cose la presenza di Dio che ci ama e che ci esorta ad essere ogni giorno migliori.

Passare attraverso il fuoco della delusione
Questo fuoco che riscalda e rinnova deve però passare attraverso le nostre delusioni. Quelle che spesso accompagnano i nostri gesti e il nostro impegno. Non dobbiamo fuggire dalle delusioni: siamo chiamati a lasciarle parlare perché riusciamo a poterle leggere. Sono indifferenza, indignazione, insofferenza. Ci dobbiamo lasciar abbracciare da ciò che ci delude per scoprire ciò che rimane saldo nella nostra delusione. Sicuramente inizierà a brillare il fuoco della fede, il fuoco per l’amore a Gesù. Siamo chiamati a prendere la strada dell’amore generoso, audace e incondizionato,  perché la voce della misericordia di Dio spinge in quella direzione. Anche Gesù diceva al padre della bambina annunciata morte: "Tu continua ad avere fede!" (Mc 5, 21-43)

Accendere il fuoco del quotidiano
Significa uscire dalla domenica intesa come schema per imparare a leggere ciò che capita sotto gli occhi di ogni giorno feriale. È nella quotidianità della nostra vita che il Signore rende migliore la nostra vita. Ci dobbiamo risvegliare a evangelizzare e umanizzare il giorno feriale con quello che capita. Dentro le mura domestiche deve tornare l’accoglienza. Lì dobbiamo tornare a essere orientati verso il Cristo. È nella famiglia che possiamo raccontare la bellezza del matrimonio e la bellezza di essere sposi, la bellezza di essere genitori e la gioia di aver messo al mondo i figli. La famiglia, la parrocchia e i gruppi devono essere luoghi di comunione, di apertura reciproca alla vita. La casa, come la comunità, ha il compito di divenire ospitale. Ricordi come la casa di Zaccheo fosse luogo d’incontro dei peccatori con Gesù?

Accendere il fuoco dell’attenzione
Quante cose accadono sotto i nostri piedi, davanti ai nostri occhi. Siamo invitati a guardare questo senza etichette prefabbricate e senza pregiudizi, ma con la sensibilità interiore che accoglie tutto ciò che si presenta al nostro sguardo. Possiamo certamente vedere, ma siamo invitati a guardare, a prestare attenzione. Non si può vivere di gioia in una parrocchia e in una famiglia nelle quali ristagna la ripetitività senza vita. Perché siamo diventati abitudinari? Perché siamo andati ad accontentarci del minimo indispensabile, invece che dell’esuberanza generosa? Ci manca il coraggio del fuoco dell’attenzione. L’indemoniato di Gerasa,  guarito da Gesù, aveva portato nella regione un personaggio nuovo, liberante. Gli abitanti della regione non l’hanno visto in questo modo nuovo; lo hanno pregato di allontanarsi da loro (Mc 5, 15-17).
Se non vogliamo essere nella stessa condizione di piangere per la mancanza di novità e di vita dobbiamo lasciar entrare nella nostra vita l’insolito senza paura di essere feriti! Il nostro mondo occidentale, ricco, non si lascia più fecondare dal Cristo e inaridisce di ogni entusiasmo.

Accendere il fuoco della rivelazione
Ê un punto decisivo: accogliere il Dio che vuole entrare nella storia. Dio vede la nostra storia e ha deciso di entrarvi come liberatore. Egli ha uno sguardo, un Ascolto, una Compassione, un’Umiltà che eleva.
Anche noi siamo chiamati a impegnarci contro ogni forma di ingiustizia e di indifferenza, di disparità e sopruso. Il grido dei poveri deve spezzare la durezza dei nostri cuori. Non possiamo più starcene calmi, senza il fuoco. Dobbiamo mettere in conto qualche bruciatura a contatto con la Verità che salva.
Non è più abbastanza essere "bravi", bisogna lasciarci interrogare dalla Parola di Dio e dalla predicazione. Il miracolo della fede comincia sempre quando, passati attraverso il fuoco della rivelazione, ci accorgiamo che qualcosa nella vita può e deve cessare di essere come prima.

Accendere il fuoco della missione
Se incontriamo il Signore saremo chiamati a una missione e siamo chiamati a intervenire alla radice di ciò che impedisce l’avvento del Regno di Dio. Percepiamo ciò che sta a cuore a Dio e ciò che sta a cuore a Dio diventa il motivo e la spinta del nostro agire. Non dobbiamo preoccuparci dell’"azienda", di come tenere in piedi le iniziative. Siamo un popolo di inviati dalla compassione di Dio per gli uomini. La nostra terra d’annuncio è il mondo intero e la forza dello Spirito Santo ci assiste come ha fatto con gli Apostoli.
Certamente siamo accompagnati dal senso di inadeguatezza, ma è proprio nella povertà che Cristo appare come la nostra forza. Prima dobbiamo gustare il sapore della misericordia di Dio, la tenerezza appassionata e irresistibile con cui Dio non cessa di pronunciare il nostro nome. Egli sta davanti a noi con la sua nudità ed essenzialità di parole che tagliano corto: "Io sono con te!". Ecco come le parrocchie, la Diocesi e le famiglie possono riaccendere il fuoco della missione: "cercando di essere prima che di fare; cercando di ascoltare, prima di dire, cercando di contagiare prima che proclamare. Se sapremo offrire la nostra umanità Dio saprà manifestarsi al mondo come prossimità e novità permanente delle nostre storie".

Ringrazio Monsignor Vescovo Valerio perché – così termina la sua lettera – vuole che diventiamo ardenti!

Puoi scaricare  QUI  la lettra del Vescovo Valerio: leggila, scopri cosa significa per la tua vita, accendi il tuo fuoco!

A cura di don Angelo

UN ANNO DEDICATO ALLA PRESENZA DEI CONSACRATI NELLA CHIESA


Sì, parliamo di suore e di frati, di monaci e di monache, di case religiose e di conventi. Parliamo di persone che hanno saputo ascoltare Dio che le chiamava a una vocazione di totalità, come d’altro canto è di totalità anche il matrimonio cristiano. Sarà un anno dedicato a loro, che inizia il 29 novembre 2014 e chiuderà il 2 febbraio 2016.
Abbiamo conosciuto anche noi fin dall’infanzia delle persone che hanno fatto una scelta radicale per Cristo e ne testimoniano la bellezza, in molti casi mandando anche un forte messaggio alla cultura individualista di oggi nel richiamarla alla fraternità della vita comunitaria. Tra i consacrati vi sono persone che vivono in mezzo alla realtà del mondo, alle sue bellezze, in mezzo ai grossi  peccati della società, le deviazioni. Questo, però, sempre con la tensione spirituale di chi trova il tempo della preghiera e della contemplazione. È una vocazione affascinante, perché dice apertamente la forza di Cristo e il bisogno che il mondo ha di Cristo.

Altre persone vivono invece segregate dal mondo e vediamo il convento in mezzo al bosco, oppure sulla montagna, nel silenzio e nella bellezza della natura. Sono lì che vivono persone che richiamano, a coloro che vivono sul fondo valle, che è importante il silenzio; che non di sono pane vive l’uomo; che la salvezza dell’uomo non è il guadagno e il denaro; che l’amore viene e scaturisce da Dio, che la vera forza dell’uomo non è il produrre, ma l’essere. LÌ dentro vivono sicuramente e sempre in comunità nella povertà, nella castità e nell’obbedienza. Queste sono le tre virtù dell’uomo che sa di che cosa sia fatto, che dicono qual è il fine della vita e qual è il valore più grande di una persona: Dio.

Anche la nostra Diocesi ha un ordine religioso femminile secolare: la compagnia di S. Teresa che ha la sua casa madre a Lugano. Anche il vicariato del bellinzonese ha un convento di frati francescani cappuccini al Sacro Cuore di Bellinzona, mentre ha nel suo territorio diverse famiglie di suore:

  • alla culla S. Marco, della congregazione delle figlie di Santa Maria di Leuca;

  • una comunità di Suore a Cristo Redentore dell’uomo della Congregazione delle suore della santa Croce;

  • una comunità a Giubiasco, come infermiere a domicilio, della Congregazione delle Suore Misericordine di S. Gerardo;

  • una comunità di suore all'Istituto Paganini Re della Congregazione delle Suore dell’Adorazione del SS. Sacramento.


Avremo modo di parlarne lungo il corso dell’anno. Intanto lanciamo a tutti i religiosi presenti sul nostro territorio, particolarmente alle Suore Misericordine in parrocchia, l’augurio di un buon anno a loro dedicato. A loro tutti giunga il grazie riconoscente per la loro presenza. A Dio la lode per i prodigi che compie attraverso questa loro presenza.


VUOI LEGGERE LA LETTERA DEL PAPA AI CONSACRATI?   
                              



SE VUOI SAPERNE DI PIÙ...

Presentazione dell'Anno dedicato alla vita consacrata

Calendario dell'Anno dedicato alla vita consacrata

Il suffragio per i nostri fratelli defunti

La Santa Messa in suffragio dei defunti

La Chiesa ha sempre favorito la preghiera per i defunti affinché, come dice la sacra Scrittura "siano assolti dai loro peccati" (2 Mac 12,45). Di fatto, quando chiudiamo gli occhi a questo mondo e li apriremo alla luce di Dio, nella vita eterna, prima di entrare nella luce e nella pace di Dio, santità perfetta, ogni uomo ha bisogno di una purificazione al fine di togliere da proprio intimo tutto ciò che la fragilità umana vi ha introdotto di peccaminoso e di meno buono. In questo contesto di purificazione la Chiesa invita ad offrire suffragi per i propri defunti: elemosine, opere di penitenza, gesti di carità, ma soprattutto la celebrazione della santa Messa nella quale Gesù stesso fa Sue le nostre preghiere in suffragio dei nostri cari e le presenta a Dio Padre.
A tale riguardo Sant’Agostino riferisce che la sua mamma Monica, prima di morire, gli aveva raccomandato: "Seppellite pure questo mio corpo dove volete, senza darvi pena. Di una sola cosa vi prego: ricordatevi di me, dovunque siate, dinanzi all’altare del Signore" (Confessioni 9, 11,27). E San Cirillo di Gerusalemme scrive: "Presentando a Dio Padre (nella Santa Messa) le preghiere per i defunti….presentiamo a Lui il Cristo immolato per i nostri peccati cercando di rendere clemente per loro e per noi Dio Padre amico degli uomini" (catechesi Mistagogiche 5, 10). Far celebrare la santa Messa in suffragio dei nostri defunti, oltre che espressione di sincera gratitudine verso i propri cari,  rappresenta per loro un grande vantaggio perché sicuramente li aiuta nella purificazione del loro spirito per poter entrare quanto prima e pienamente nella luce e nella pace di Dio.

Perché la preghiera di suffragio?
È un gesto di fede chiedere al Padre, attraverso il sacrificio di Cristo sulla Croce e attraverso la sua vittoria sulla morte – la risurrezione – di purificare e rendere maggiormente splendente di santità la persona del nostro defunto. Di loro, nella vita trascorsa insieme, sotto lo stesso tetto, seduti alla stessa tavola, abbiamo conosciuto i pregi e i difetti. Nella preghiera di suffragio chiediamo a Dio di renderli maggiormente puri e santi perché possano rimarginare quelle ferite che li hanno fatto soffrire e forse anche vacillare nella loro fede. Chiediamo a Dio di togliere le loro oppressioni e le loro angosce che le hanno paralizzate nell’entusiasmo di compiere il bene e di vivere la carità verso i fratelli, per gustare pienamente, con i loro occhi, lo splendore di Dio.
È una consuetudine che in occasione dell’anniversario del decesso o nella ricorrenza del loro compleanno noi ricordiamo al Signore Dio i nostri defunti con una S. Messa di suffragio. In quelle occasioni ci ricordiamo dei nostri cari ora defunti e facciamo loro il regalo di pregare Dio perché siano perfetti nella santità e possano gustare lo splendore dei Dio, luce perfetta, santità senza alcuna macchia, amore che non ha confini. Di qualche nostro familiare abbiamo conosciuto anche una lontananza da quella che indichiamo essere una vita di fede: comportamenti, modi di parlare, cattiveria nelle situazioni di disagio, litigi e mancanza di perdono verso parenti, poca preghiera, nessuna pratica religiosa nel culto domenicale, poco nutrimento di ascolto della Parola di Dio che aiuta ad orientare la vita verso il Cristo, ecc.
Tutte queste situazioni, che non tocca a noi giudicare, sono motivi che ci incitano alla più assidua preghiera di suffragio per i defunti della famiglia e, in genere, per tutti i defunti che erano in questa situazione. La Chiesa ricorda tutti i defunti in ogni celebrazione della S. Messa, perché desidera che tutti siano al cospetto della bellezza di Dio in perfetta santità, perché tutti sono stati invitati da Dio a partecipare al banchetto festoso che dura in eterno.

Alcuni segni che denotano la fede nel Dio della misericordia che perdona e salva
Da valorizzare è la consuetudine che invita la comunità a recitare il rosario davanti al defunto nella vigilia dei suoi funerali. La preghiera di suffragio, meditando i misteri dolorosi del Cristo, porta una luce di salvezza e di risurrezione dopo la morte. Si invoca Maria perché interceda "nell’ora della nostra morte" a nostra difesa davanti al Figlio che ci ha redenti con la sua morte e risurrezione. Questo momento di preghiera potrebbe essere anche una veglia di preghiera con una Liturgia della Parola.
È gesto di fede porre tra le mani del defunto la corona del rosario, perché è come raccomandare a Maria, madre nostra, il fratello o la sorella nostra nell’ora della sua morte.
È gesto di suffragio
prendere parte alla celebrazione dei funerali, entrando in chiesa e partecipando attentamente alla Liturgia Eucaristica e alle Liturgia delle esequie. Restare fuori dalla chiesa e intrattenere colloqui, a volte lontani dal lutto, con gli astanti, denota una mancanza di fede nella preghiera di suffragio. Oltre al fatto della presenza fisica o meno, l’ascolto della Parola di Dio aiuta a orientare la vita verso il nostro incontro con Dio nella nostra morte.
Ogni defunto ci ricorda la nostra finitezza e il nostro personale incontro con Dio al termine della vita. Ogni funerale ci interroga sulla presenza della morte nel nostro corpo e non è soltanto la contemplazione della morte come avvenimento esterno a noi. Da ultimo è segno della fede nella misericordia di Dio pregare per i defunti
nella ricorrenza della "Commemorazione di tutti i fedeli defunti" in data 2 novembre di ogni anno. La ricorrenza, per facilitare la partecipazione delle persone, ha un anticipo al pomeriggio della solennità di "Tutti i santi" in data 1 novembre con la preghiera, la visita al cimitero e la benedizione delle tombe durante la processione in cimitero. L’anticipo, rispetto al giorno della commemorazione, è da collegare al fatto che il 2 novembre non cade sempre in giorno festivo e, pertanto, il lavoro obbliga alle responsabilità professionali. L’anticipo al pomeriggio del giorno festivo facilità la presenza della popolazione nel luogo della memoria che è il camposanto.

A cura di don Angelo

SOLENNITÀ DI TUTTI I SANTI

È bello che la Chiesa in un sol giorno celebri la festa di tutti i santi. I santi si potrebbero considerare nel loro esempio e nel loro impegno a favore del Vangelo vissuto. Non ce ne sarebbe uno uguale all’altro. Sotto questo aspetto è un vero peccato che non ci sia più l’impegno, anche nella formazione alla fede in parrocchia, di leggere la vita dei santi.
Molti di loro, anche dei santi il cui nome splende sul calendario dell’agenda, sono illustri sconosciuti. Ogni santo è figlio del suo tempo e, nello stesso modo, è figlio del medesimo Vangelo. Conosciamo dei santi che hanno reso la loro vita splendida perché hanno amato i bambini, altri hanno amato i giovani, altri hanno amato gli schiavi, altri hanno amato i malati e gli emarginati. I santi di ogni tempo sono una corona che rende splendido il Vangelo del Signore. I santi, nelle loro virtù danno lode al medesimo Dio del quale fanno risplendere la santità e l’amore. I santi non sono certo fine a loro stessi. Sono lo splendore della Chiesa che, attraverso i secoli, ha annunciato il Vangelo come strada d’amore e di perfezione.



Ma la celebrazione della festa di tutti i santi è la celebrazione della fede che attraversa le generazioni che ci hanno preceduto. La fede è il "fil rouge" che stimola anche i battezzati a coltivare e far crescere la fede come scelta di vita per questa generazione. Questa solenne ricorrenza che celebriamo il 1 novembre di ogni anno, è uno stimolo a trasmettere la fede alla nuova generazione perché la storia giunga a Cristo nella festa finale alla fine dei tempi. I santi fanno risplendere la gioia di aver ricevuto lo Spirito Santo che è spirito di santità per tutti coloro che lo ricevono e che Cristo ha inviato, perché tutta l’umanità sia santificata. La celebrazione della santità di questa innumerevole schiera di persone fa emergere la necessità dell’impegno sociale e caritativo, dell’impegno di formazione e di misericordia coltivando una stretta relazione della vita con Dio nei sacramenti. Non c’è santo che non abbia posto Dio davanti a sé come modello. Non c’è santo che non abbia celebrato i sacramenti come segno di coesione al Cristo. Non c’è santo che non abbia visto la sua vita d’amore se non come la vera risposta all’amore di Cristo.
Nei santi non emerge dunque soltanto l’impegno sociale e di solidarietà, ma anche, e soprattutto, l’intima unione con Cristo Signore. Anche i santi martiri, hanno saputo vedere nel dono della loro vita la risposta al dono della vita che Cristo Signore ha, per primo, offerto a loro. La solennità di tutti i santi sia per ogni battezzato uno stimolo a un intimo legame d’amore al Cristo, fonte dalla quale scaturiscono tutte le altre forme d’amore verso i fratelli.

La festa di S.Francesco d'Assisi

Ogni anno il 4 ottobre, la Chiesa ricorda S. Francesco nel giorno della sua nascita al cielo. Tutti i francescani ne fanno memoria celebrando "il transito" da questo mondo al Padre, perché si immergono nella realtà della povertà che è la prima morte al mondo e alle sue ricchezze. Con questo gesto di santità essi invitano tutta la Chiesa, cioé tutti i battezzati, a questa virtù che insegna a fidarsi solo di Dio e non della forza della ricchezza che è un vero idolo. Inoltre meditano sulla certezza della fine della vita nella morte, come ogni battezzato lo fa al Mercoledì delle Ceneri per iniziare la Quaresima.
La certezza della morte rende l'uomo povero in un secondo modo: nell'umiltà. La certezza di lasciare ogni cosa e gli affetti ci tiene lontano dallo spirito di onnipotenza che, spesso, tecnologia e scienza ci aiutano a coltivare. Ecco il testo che descrive il transito di S. Francesco e che ci invita alla meditazione.

Sera del 3 ottobre 1226: san Francesco va incontro a "sorella morte"
Dal racconto dell'antico cronista di come avvenne il beato TRANSITO del Serafico Padre:
"Dal palazzo del Vescovo di Assisi, dove allora dimorava, chiese che lo portassero a Santa Maria della Porziuncola; voleva rendere a Dio lo Spirito della vita, là dove aveva ricevuto lo Spirito della grazia.A metà strada, all’ospedale di San Salvatore, gecuziente com’era, si fede voltare sulla barella con la faccia verso Assisi e sollevandosi un poco, benedisse la sua città. Giunto alla Porziuncola si fece deporre sulla terra nuda, nascondendo con la mano sinistra la piaga sul costato e di lì spogliato dalle vesti di sacco, alzò come sempre il volto al cielo,tutto intento con lo Spirito a quella gloria,Disse ai fratelli:"io ho fatto il mio dovere,Cristo vi insegni a fare il vostro".Voleva essere conforme in tutto a Cristo Crocifisso che, povero e sofferente, era rimasto appeso nudo sulla croce. E verace imitatore di Cristo suo Dio in tutto, amò fino alla fine tutti i fratelli e figli, che aveva amato fin dal principio.Fece adunare tutti i fratelli presenti nel luogo e li esortò con affetto di padre all’amore di Dio.Parlò a lungo della pazienza, dell’osservanza di Madonna povertà, raccomandando più di altra regola il Santo Vangelo. Tutti i fratelli gli stavano intorno; egli stese sopra di loro le mani intrecciando le braccia a forma di croce, un gesto che egli tanto amava, e li benedisse presenti e futuri, nella potenza e nel nome del Crocifisso.Si fece poi portare del pane, lo benedisse, lo spezzò ed a ciascuno nè diede un pezzo da mangiare. Volle anche gli portassero il libro dei Vangeli e chiese gli leggessero quel brano di Giovanni che inizia: "Prima della festa di Pasqua". Lo fece in memoria di quell’ultima e santissima cena che il Signore aveva celebrato con i suoi discepoli e per dimostrare ai fratelli la sua tenerezza d’amore. Passò in inni di lode i giorni successivi, invitando i compagni prediletti a lodare con lui il Cristo. Invitava pure tutte le creature alla lode di Dio e con certi versi poetici, già altra volta composti, le esortava al Divino Amore. E perfino la morte, a tutti terribile ed odiosa esortava alla lode. Le correva dietro incontro, invitandola: "Ben venga mia sorella morte!"Diceva ai fratelli:" Quando mi vedrete sul punto di spirare, deponetemi sulla terra nuda come l’altro ieri e morto che sia, lasciatemi giacere così, per il tempo che ci vuole a percorrere comodamente un miglio di strada. E come gli fù possibile proruppe in quel salmo:"con la mia voce al Signore grido aiuto, con la mia voce supplico il Signore".Lo disse fino al versetto finale:"Strappa dal carcere la mia vita, perchè io renda grazia al Tuo nome. I giusti mi fanno corona quando mi concederai la tua grazia".Giunse infine la sua ora ed essendosi compiuti in lui tutti i misteri di Cristo, se ne volò felicemente a Dio. Le allodole, che sono amiche della luce ed han paura del buio della sera, pure essendo già imminente la notte, vennero a grandi stormi sopra il tetto del luogo e roteando a lungo con insolito giubilo,resero testimonianza alla gloria del Santo che tante volte le aveva invitate a lodare Dio. Era il 3 Ottobre 1226,di Sabato. A laude di Cristo. Amen".

A cura di don Angelo

CIAO SUOR MAURIZIA,  ARRIVEDERCI

Sr. Maurizia Arlati ha lasciato la comunità delle Suore Misericordine di Giubiasco per recarsi, inviata dai suoi superiori dell'Ordine, a Bellano, dove eserciterà la sua missione di suora e di infermiera in una casa di cura.
Sr. Maurizia era arrivata a Giubiasco nel 2001 ed è, dunque, restata per ben 14 anni tra noi. Tutti coloro che l'anno avuta come infermiera nella cura a domicilio l'hanno apprezzata per la gentilezza, per la sobrietà e per il rispetto che sapeva trasfondere. Suor Maurizia ha testimoniato in mezzo alla nostra parrocchia che la consacrazione a Dio, nella totalità della propria vita (obbedienza, castità e povertà) è un traguardo che ogni battezzato deve testimoniare per appartenere a Cristo fin dal battesimo. La carità e la gentilezza sono indispensabili per rendere credibile la testimonianza.
Dalla comunità giunga a Sr. Maurizia un generoso grazie per il bene riversato e un augurio per ben inserirsi nella nuova responsabilità e nella nuova comunità.



BENVENUTA SUOR MARIA ROSA

Sr. Maria Rosa la sostituisce. Così la nostra comunità di suore conterà ancora tre membri. Insieme a Sr. Anna e a Sr. Corona farà anche lei il possibile per continuare in un ambiente tutto nuovo per lei la sua testimonianza di religiosa. Per tanti anni è stata a Lecco, per tanti è stata a Milano e ha formato anche la prima comunità di Suore Misercordine che hanno aperto l'esperienza in Africa. In Togo è stata per la durata di 5 anni. Sr. Maria Rosa è cordiale e aperta, avremo presto modo di conoscerla, anche su queste pagine. Tocca ora a tutta la comunità volerle bene e aprire le braccia per accoglierla.


Cogliamo l'occasione di questa pagina del sito web per ringraziare ancora una volta le suore per la loro presenza e per il loro servizio. Hanno "inventato" loro il servizio infermieristico domiciliare e sono a Giubiasco da 82 anni. Dovremmo essere capaci di accorgerci di loro e chiamarle per le cure a domicilio. Senza nulla togliere al servizio cantonale, la Parrocchia sia riconoscente per questa presenza lunga, continuata e necessaria.


La bellezza della fedeltà

La Parrocchia di Giubiasco ha onorato l’amore di Dio che si è manifestato nelle persone fedeli alla promessa del loro matrimonio attraverso la celebrazione della Festa della Fedeltà celebrata domenica 31 maggio.
Non mi accontento di dire che le coppie  hanno celebrato la ricorrenza del loro anniversario di matrimonio. Preferisco riconoscere che la fedeltà è dono che Dio dona a tutti coloro che si sposano con il sacramento del matrimonio. I sacramenti sono momenti nei quali riceviamo da Dio, tramite Cristo e lo Spirito Santo, le grazie significate nel segno del sacramento: nel matrimonio nel segno dell’amore degli sposi.
In questo segno e in questa loro promessa di amarsi per tutta la vita, nella buona e nella cattiva salute e di amarsi e rispettarsi tutta per sempre  Dio offre agli sposi la forza che era in Cristo di restare fedeli alla volontà del Padre, come ha fatto Lui, fino alla morte e alla morte di croce.
Lo Spirito dell’amore, ricevuto nella Confermazione (cresima) orienta la capacità di amare verso l’interno della coppia – uomo e donna – e orienta la capacità d’amare dalla coppia al mondo circostante. La coppia diventa testimone  nel mondo delle famiglie della parrocchia, quando si raduna per la Messa domenicale, quando la coppia  si interessa della scuola dei figli, quando vive la professionalità , quando si decidono i paletti educativi ai figli affinché non perdano la fede, ma la aumentino insieme ai genitori.
La fedeltà è una delle qualità di Dio. Nella Bibbia si proclama che è "sempre fedele alle sue promesse" (salmo 146,6).
Chi riceve il dono della fedeltà, e lo mette in pratica, manifesta nel suo stile di vita che Dio gli ha dato la vocazione di seguire Cristo con costanza. S. Paolo scrive, in 2 Tim 2,11 e seguenti, che chi persevera fino alla fine, poi vivrà con Cristo e regnerà con Lui.
La fedeltà, come ogni altra virtù va esercitata perché cresca dentro ciascuno di noi. La pratica della fedeltà è frutto dell’ascolto dello Spirito Santo e dell’osservanza della Parola di Cristo. Esige coraggio, continuità, costanza e tenacia, in quanto tutti troviamo inciampi e difficoltà. In alcuni momenti siamo chiamati a preferire scelte di volontà, in altri, invece, si tratta di fomentare un amore che attira e lega. In altri momenti si dovrà rompere la monotonia che raffredda e spegne l’entusiasmo; in altre situazioni, invece, bisognerà compiere un lavoro di conversione dai difetti venuti allo scoperto in modo da rendere facile all’altra persona la fedeltà.
Credo che, come altre virtù, anche la fedeltà sia frutto di un’arte della persona umana che ama. Nel Vangelo questa fedeltà consiste nell’osservanza dei comandamenti per rimanere nell’amore (Gv 15,9).

A cura di don Angelo

DALLA FESTA DI PRIMA COMUNIONE ALLA SOLENNITÀ DEL CORPO E DEL SANGUE DI CRISTO


La comunità parrocchiale ha accompagnato i bimbi che si sono preparati lungo l’anno alla mensa del corpo di Cristo. Per loro, la riscoperta della Messa domenicale è tutta un’avventura. Ci sono arrivati con la passione dei catechisti. Non tutti i genitori hanno il tempo o la fede di vivere la domenica come ritmo della loro fede. Sono subentrati tanti fattori che rendono non facile la scelta. Bisogna volerla, altrimenti la messa domenicale va a finire nelle scelte facoltative, invece che nelle scelte di ritmo e di danza della fede.
Sono subentrati fattori legati al lavoro della coppia, ai divorzi, a situazioni di ideali di famiglia che portano a trascorrere insieme le ore possibili, ma senza il culto domenicale. Ci sono, da ultimo, anche i fattori culturali di chi non si trova a proprio agio in un paese nel quale sono appena entrati ad abitare.

La Messa è importante come il pane.
Eppure resta l’importanza che la Parola di Dio e la predicazione offrono per formarsi una mentalità di credenti  in Cristo. Resta la fame del corpo di Cristo che porta alla Comunione per poter avere la forza della testimonianza durante la settimana sul posto di lavoro.
Anche la partecipazione alla Messa è una vocazione che ogni battezzato deve sentirsi in corpo per essere forte nella fede davanti alle ingiustizie, davanti all’indifferenza della fede, davanti a tanti valori che sopprimono l’importanza di Dio e della giustizia.
Essere cristiani in un ambiente come quello di oggi è una sfida difficile, ma sempre possibile. Cristo ci ha assicurato la riuscita nella misura in cui rimaniamo uniti a Lui come il tralcio alla vite.
Se Cristo ha voluto restare con noi nel segno del pane è segno che, di Cristo, ce n’ abbiamo bisogno come il pane. Ci ha insegnato che non di solo pane vive l’uomo. È vero. Noi ci nutriamo anche di ideali, di prospettive universali, di prospettive eterne.

Responsabilità belle, ma grandiose.
Solo Dio è capace di renderci fratelli con gli umani di tutti i continenti. Dio ci ha posti a vivere in una storia difficile per i suoi problemi e facili per le comunicazioni che esistono tra le culture e le popolazioni della Terra.
Ci ha resi responsabili dell’ambiente per poterlo consegnare integro anche alle prossime generazioni. Ci ha dato il senso della vita nella promessa della partecipazione alla sua gloria. Tutti questi valori fanno parte dell’orto indispensabile per divenire persone responsabili. Non è un orto piccolo. Ma coltiva tutti i valori indispensabili.
Per costruire questi valori di pace, di unità e di giustizia Dio ci ha offerto anche lo Spirito Santo che viene in noi una volta per sempre. Effonde la sua luce e la sua creatività per sempre nella nostra persona.
Il nutrimento del Pane, invece, ci rafforza settimana dopo settimana, come fa il pane. Serve a non stancarsi di operare il bene; serve a lasciare intatta la creatività che si sbiadisce nella monotonia; serve, il Pane, a dare forza in mezzo alle prove della vita che vanno dalle mancanze d’amore alla morte che invade la famiglia umana. Il Pane è anche lievito che rende certa la vittoria di Cristo sulle mentalità egoistiche del mondo.

Una festa del Corpo e del Sangue di Cristo.
Una volta all’anno la comunità è invitata a prendere coscienza di come è bello avere il dono di Cristo come Pane della vita e come Sangue d’alleanza che perdona.
La solennità del Corpo e del Sangue di Cristo stringe ogni singolo attorno a Cristo e forma, della comunità, il Corpo di Cristo che è la Chiesa. La solennità del "Corpus Domini"- per dirla in latino - ci fa sentire un corpo solo e un’anima sola perché Cristo è morto per tutti. I valori coltivati nell’orto individuale ogni domenica diventano come le bancherelle di un mercato, dove i valori sono condivisi e divisi tra i partecipanti. Ci si sente fratelli, e, come tali, si cercano risposte alla povertà e alla situazione di tanti profughi nel mondo. Il corpo di Cristo ci invita a spezzare il pane con chi non ne ha. Ci rende davvero fratelli con tutti gli umani della Terra.
Il nutrimento della Parola di Dio e del Corpo di Cristo fanno della comunità un’immagine di tanti santi che già sono giunti al banchetto eterno. Si nutre, in tal modo, la prospettiva di essere partecipi della gloria del Signore insieme a tutti Santi.

Tutti sulla piazza.
È bello che la nostra parrocchia viva la Messa della solennità sulla piazza. La piazza è, infatti, il luogo dell’incontro tra gli abitanti della città. La piazza è il luogo dell’incontro tra le culture. La piazza è luogo di scambio di idee e luogo di comizi. La piazza è luogo di proteste quando le cose non vanno secondo verità e giustizia. La piazza è fotografia di quello che è la nostra comunità che cerca Dio avendo la chiesa sulla piazza e rispetta la libertà religiosa  promuovendo fraternità e legami di rispetto tra tutti i suoi abitanti.

NON SI IMPARA SOLTANTO A SCUOLA

Lettera a chi ha portato a termine l’anno scolastico

Mi accingo a scrivere per augurare buone vacanze a docenti e ad allievi di ogni grado di scuola. Mi piace ripetere un’espressione diffusa, ma vera e valida: "Non si impara soltanto a scuola!"
L’apprendimento vero, che tocca la vita, non è soltanto quello appreso sui banchi di scuola. Tutte le conoscenze, le informazioni e la cultura appresi sui banchi di scuola sono importanti perché allontanano dall’analfabetismo e aiutano, come sotto struttura, ad incontrare i popoli e a dialogare con gli altri su ogni argomento.
Giunga una lode sincera a tutti coloro che hanno superato gli esami o sono passati all’anno scolastico successivo. Giunga un grazie a tutti i docenti e ai direttori delle scuole di ogni grado per l’impostazione didattica, per l’amalgama che hanno offerto ai docenti e per il lavoro offerto per costruire un Istituto scolastico valido e credibile agli occhi delle famiglie degli allievi.

Un apprendimento non scolastico
Ora inizia il periodo d’apprendimento più difficile: quello non scolastico. È un apprendimento che parte dalla vita, dalle circostanze che capitano giorno dopo giorno. Qualcuno imparerà a relazionare con l’ambiente geografico recandosi in posti lontani o vicini, ma diversi da quei soliti luoghi nei quali incontriamo le solite persone.
In una natura diversa potremmo abbatterci anche in animali diversi, come in piante diverse. Tutto è da immagazzinare, perché si depositi nella cultura. L’ambiente naturale e geografico ci metteranno in contatto con leggi e regole diverse da quelle del nostro territorio. Imparare a rispettare le regole degli altri, e adattarsi a quelle, è un apprendimento utile per la vita e non tanto frequente sui banchi di scuola.
Dovessimo entrare in ambienti geografici diversi, ci imbatteremmo anche in lingue diverse da quelle che siamo abituati a parlare. Esprimerci e farci comprendere, comprendere e valorizzare quanto ci verrà trasmesso a livello verbale sarà una vera conquista di cui andare orgogliosi.

Impariamo a lavorare
Poi, fuori dalla sede scolastica, abbiamo da imparare il lavoro. Peccato che molti allievi non considerino lo studio come il loro lavoro! Se così fosse ci sarebbero rendimenti diversi. Un lavoro ha un datore di lavoro, una clientela da soddisfare. Il lavoro porta con sé una fatica e il sudore, un impegno ad arrivare fino al termine e secondo le regole dell’arte. Il lavoro dovrebbe sempre essere fatto bene dall’inizio alla fine. Questa virtù insegna a tenere il posto di lavoro, insegna a preparare l’occorrente per non perdere tempo inutile, insegna la gioia della creatività.
Il lavoro viene eseguito in collaborazione con altri artigiani, per cui è importante essere in sintonia e capaci di condividere. Lavorare è esercitare un ritmo che rende contenti e soddisfatti, che crea fedeltà nei clienti e porta ad essere ben visti. Solo da ultimo – è giusto, ma non va messo come primo elemento – si riceve uno stipendio.
Lo stipendio obbliga a rispondere alle responsabilità. Serve a saldare i debiti per continuare a vivere sulla strada dell’onestà e della giustizia. Serve a far vivere una famiglia e anche ad essere previdenti per gli anni delle vacche magre nei quali venisse a mancare il lavoro. Tutto questo è il buon impiego del denaro. La tragedia è annusare che si lavora per avere il denaro da spendere!

La scuola insiste sulle qualità nello stimolare a essere educati, a rivolgersi ai docenti con tutto il rispetto dovuto. Invita al rispetto di ogni allievo senza guardare colore della pelle o la religione. Non tutti sono perfetti, ma tutti hanno una dignità da rispettare, quella che scaturisce dalla propria libertà.
Anche la vita fuori dalla sede scolastica educa alle virtù. Fossimo tutti educati alla solidarietà spezzando il pane con gli affamati e i poveri! Fossimo ogni giorno stimolati a servire, invece che comandare! Fossimo tutti educati alla sincerità senza mettere inutili maschere!

Imparare anche la morte
Da ultimo si potrà imparare anche la morte.
È raro che la morte entri nella scuola. Non è raro che la morte si affacci all’esperienza della famiglia. La morte educa a valorizzare la vita e il passato della persona. La morte educa alla riconoscenza verso le persone che muoiono. La morte educa al rispetto di chi è nel lutto ed educa la storia a raccogliere ogni gesto di bontà e di servizio, perché servono a noi per migliorare la vita, il mondo e la storia che ci rimane da vivere.
La morte, come ogni altro avvenimento ci invita a metterci a confronto con chi non muore: dai superstiti a Dio. È questo incontro che ci qualifica persone di fede o no. Sappiamo da Cristo che la vita ha anche una fase eterna dopo la vita sulla terra.
Mettersi a confronto con l’eternità e con Dio ci aiuta a ridimensionare quelle scelte che noi diremmo importanti, ma che poi diventano secondarie, davanti all’eternità. Prendono invece ampiezza le scelte che sembrano effimere nella vita e che invece sono grandissime: la fede. la speranza e la carità.
In conclusione auguro a me e a tutti i lettori di sapere imparare il più possibile dalla vita estiva, prima di tornare sui banchi di scuola. Buone vacanze o… forse non si va mai in vacanza?


Don Angelo

COMUNICARE LA FAMIGLIA: AMBIENTE PRIVILEGIATO DELL’INCONTRO, NELLA GRATUITÀ DELL’AMORE

Giornata delle comunicazioni sociali 2015

Il 16 maggio e il 17 maggio sono i giorni nei quali la comunità cristiana parrocchiale celebra, insieme alla Chiesa universale, la domenica dei media 2015, detta anche 49.ma giornata Mondiale delle Comunicazioni sociali.
Il tema lo ha lanciato Papa Francesco e porta il titolo "COMUNICARE LA FAMIGLIA: AMBIENTE PRIVILEGIATO DELL’INCONTRO NELLA GRATUITÀ DELL’AMORE". Proviamo a riflettere sul significato di queste parole.



Comunicare
Notiamo innanzitutto  che il tema si rivolge alla famiglia come primo luogo dove impariamo a comunicare. Siamo capaci ancora di comunicare in famiglia?. Non rispondiamo subito sì, perché ogni sì potrebbe essere abitato dai parassiti più usuali. I parassiti che rubano la comunicazione sono, a volte i giochini sul cellulare o anche il ripetuto smettere di interloquire per rispondere al messaggio giunto come mail.
Quanto è bello stare a parlare guardando la persona che abbiamo in faccia. Notare gli occhi e lo sguardo, le reazioni delle emozioni. Quanto è bello stare ad ascoltare, prima di parlare. La comunicazione allora diventa vera lettura della persona nella sua globalità.
Questo genere d’ascolto genera – e sono parole del Papa – "la capacità di abbracciarsi, sostenersi, ridere e piangere insieme". In una comunicazione così intensa "si sperimentano i limiti propri e quelli altrui, i piccoli e i grandi problemi della coesistenza, dell’andare d’accordo". L’intensità di questa comunicazione è fonte di rispetto tanto da chiedere scusa se si dovesse entrare a parlare con chi sta comunicando con parole di scusa quasi per doverne ottenere il permesso.
Abbiamo ancora il tempo necessario all’ascolto dell’altro oppure l’agenda è tanto piena di appuntamenti da non lasciarci il tempo della totale scoperta dell’altro? Forse, ancora, una comunicazione così profonda e globale non può essere di massa o di gruppo, ma soltanto personale e individuale.

Comunicare la famiglia
Il tema parla espressamente di "comunicare la famiglia" e anche questa caratteristica ci parla di una storia d’incontro tra persone, tra persone diverse che hanno deciso di mettere in comune la vita. Ci parla del saper raccontare come siamo diventati famiglia e come ci siamo messi in obbedienza davanti alla decisione di essere una famiglia.
Comunicare la famiglia significa raccontare le esperienze positive che hanno ricaricato e sospinto l’ideale, ma anche raccontare il veleno che ha indebolito l’entusiasmo.
Comunicare la famiglia significa trasmettere ai figli gli ideali per il domani e significa desiderare che accolgano l’idea di formare una famiglia e una famiglia feconda di figli.
Comunicare la famiglia è descrivere il ruolo del padre e il ruolo della madre. Significa trasmettere la vocazione ricevuta da Dio per essere e stare dentro la famiglia.

Nella gratuità dell’amore
Comunicare nella gratuità è comunicare senza pretese e senza imposizione, ma dentro la gratuità e dentro la gratuità dell’amore.
La gratuità dell’amore è la maggior caratteristica dell’amore di Dio. Egli ama perché è amore. Così deve essere la persona, così deve essere la famiglia. Trasmettono ciò che hanno dentro. Ovviamente trasmettono gratuitamente l’amore perché ne hanno in esubero. Trabocca!
Hanno in esubero la capacità d’amare e di ascoltare. Hanno in esubero l’ascolto per conoscere i propri limiti e sentire il bisogno della ricchezza dell’altro. L’amore gratuito è un amore che non vuole possedere, né imporre. Vuole soltanto amare perché l’amore è ciò che fa cambiare le persone e il mondo.

Non solo in famiglia, ma anche verso le persone che ci stanno accanto
Il Papa ricorda il gioioso incontro tra Maria di Nazareth e Elisabetta. È stato un incontro di benedizione e di esultanza nel quale queste donne rendono  grazie a Dio per l’opera realizzata dentro la loro persona. Tale dovrebbe essere anche il modo di comunicare dei media: una comunicazione positiva che genera speranza e dona sollievo per continuare la vita.
Se il nostro modo di vivere diventa un
dire male – come sono tante e troppe notizie dei media , come lo è in modo diffuso il contenuto di messaggi tra persona e persona -  allora siamo complici di una trasmissione negativa e opprimente.
La comunicazione della speranza in famiglia deve dare lezioni ai media e non viceversa. Solo allora ogni persona diverrà costruttrice di verità, di gioia e di pace.


Scarica e leggi il messaggio di Papa Francesco per la Giornata delle comunicazioni sociali 2015



INCONTRO DEL GRUPPO VEDOVILE A GIUBIASCO - 18 APRILE 2015
con don Angelo

LA MENTALITÀ CRISTIANA NELLA VEDOVANZA

La vedovanza è una situazione conseguente alla morte di un dei due coniugi che hanno celebrato il sacramento del matrimonio.

IL MATRIMONIO È SORGENTE DI FEDELTÀ
La celebrazione del sacramento del matrimonio ha introdotto nella coppia una mentalità di alleanza per la quale, scambiandosi le reciproche ricchezze, l’unità si consolida fino a durare per sempre. La mentalità dell’alleanza è uno stile di vita nel quale si vive la stessa dimensione del Popolo di Dio con il suo Dio. Uno dei due è visibile e l’altro, Dio, è invisibile agli occhi. La fede dona la certezza che la fedeltà di Dio non è legata al fatto di essere sempre sotto gli occhi che guardano e scrutano, ma dona la certezza che Dio  rimane fedele per sempre al suo popolo anche quando questo si trova in difficoltà.
L’attraversata del deserto, descritta nel libro dell’Esodo, lo mostra con una ripetitività sconcertante e meravigliosa. Anche al popolo, come al coniuge, è chiesta la fedeltà nell’amore che non consiste in altro se non nel riporre la propria fiducia nell’invisibile Dio e nella sua infinita capacità d’ amare. Per questo anche la celebrazione del matrimonio è figura dell’amore che Cristo ha per la sua Chiesa, il popolo dei battezzati. Il marito raffigura una presenza di Cristo in casa e la moglie raffigura la presenza della Chiesa in casa. Ambedue si amano, ambedue si cercano, ambedue dialogano tra di loro. Tutti e due danno origine alla vita suscitando – Cristo e la Chiesa – la vocazione al Battesimo; lo sposo e la sposa, - generando i figli ed educandoli cristianamente.

LA FEDELTÀ È SORGENTE D’AMORE
Nella vita coniugale vi è una fedeltà reciproca che cresce e si rafforza nella santità della vita e nel praticare ogni forma di virtù, sopra le quali eccelle la carità. Infatti dalla sorgente dell’amore non può scaturire altro che amore. La coppia si ama al suo interno, il padre ama la sposa e i figli, la madre ama lo sposo e i figli e ancora, nutre il povero spezzando il pane guadagnato con il proprio sudore; la sposa nutre e vive il suo amore non solo nella casa, ma anche donando il suo tempo alla comunità. La sposa trova il tempo per dedicarsi alla catechesi dei bambini degli altri, va a visitare i malati, si preoccupa degli altri in situazioni particolarmente bisognose d’amore. I giovani si dedicano al volontariato e all’educazione cristiana perché la loro statura sia grande in vista della loro vocazione futura che potrà essere il matrimonio, ma anche l’ordine sacro o la vita consacrata.

NELLA VEDOVANZA SANTITÀ E CELEBRAZIONE DEI SACRAMENTI
Non solo nel matrimonio nasce e si vive la fedeltà, ma la si sperimenta, nel vivere di ogni giorno,  ogni volta che ci si saluta per allontanarsi. Allontanandosi si crea una non visibilità dello sposo per la sposa e della sposa per lo sposo. La vedovanza richiama dunque la non visibilità agli occhi della persona amata. Ogni persona che nella vita di matrimonio ha effuso il suo amore nell’altro, sente che questo amore non si spegne a causa della assenza del coniuge. Sente, invece, un forte attaccamento alla persona che manca desiderando anche il giorno di rivedersi, come la Chiesa invoca a riguardo di Cristo "nell’attesa della sua venuta alla fine dei tempi".
Nel tempo dell’assenza dello sposo la Chiesa nutre la certezza dell’amore leggendo la Parola di Dio e mangiando il Corpo di Cristo. La Parola di Dio nutre la certezza che l’amore dello Sposo dura ancora, e sempre, e si rinnova. La comunione al Corpo di Cristo nutre la certezza (chiamata speranza, perché non è ancora avvenuta) della partecipazione al banchetto eterno, nel quale si rende gloria allo Sposo che ci ha amato fino a dare la propria vita per noi. La risposta più bella che la Chiesa offre a Cristo è donare al Padre l’amore dello Sposo che ha dato la vita sulla croce e  rendere santa la propria esistenza. In ogni Messa offriamo al Padre Gesù Cristo che ha dato la vita per noi e offriamo al Padre la nostra vita come dono più bello a Lui gradito.
Nella vedovanza nasce dunque anche la fedeltà a non volersi risposare per nutrire la gioia della totalità del proprio amore alla persona che ha accettato noi nella sua vita. Nella vedovanza nasce anche un desiderio di santità e di vita virtuosa perché, mentre in vita ci si scambiava l’amore, nella morte ci uniamo mediante la santità. Chi santifica la sua vita si unisce a Dio e a coloro che abitano in Dio e già partecipano alla sua gloria. Per tutti questi motivi la frequenza ai sacramenti – Confessione - Comunione – Unzione dei malati – è segno di santità e desiderio di unione allo sposo o alla sposa che già sono presenti e partecipi della gloria presso Dio.
Ogni volta che in vita ci uniamo a Dio, fonte dell’amore e amore che dura sempre, noi possiamo sentirci uniti allo sposo o alla sposa che già partecipano al banchetto eterno e nutriamo la speranza che lo sposo o la sposa ci vedano così assidui ai segni dei sacramenti da provare la certezza di vederci uniti a lui/ a lei, per un’eternità d’amore in Dio.

NELLA VEDOVANZA LA CARITÀ È SEMPRE IL MODO DI AMARE CHE NUTRE LE VIRTÙ
La persona in vedovanza, marito o moglie che sia, ha da coltivare la santità della vita in una relazione d’amore e di rispetto con il prossimo che vede. Anche in tal modo la persona vedova potrà nutrire la certezza di amare Dio. Sarà, dunque, una persona gentile, rispettosa dei sentimenti altrui. Sarà persona di grande rispetto dell’amore e del matrimonio altrui. Sarà rispettosa delle idee degli altri, senza esprimersi in acidi giudizi che denoterebbero gelosia. Sarà la persona che apre la bocca per annunciare la sapienza che viene da Dio e dall’esperienza della fede. Sarà testimone della bellezza del matrimonio tra un uomo e una donna. Sarà educatrice di quanto può essere dannoso il veleno che spegne l’amore nella coppia e testimone di  come un amore religioso e di preghiera nutre le speranze e aiuta a superare le difficoltà.
La persona vedova potrà anche assumere responsabilità educative con i ragazzi o all’interno di gruppi d’ascolto. Sarà comunque coronata dell’esperienza della carità in parrocchia e nei movimenti. Sarà la persona che, più di altre, ha la certezza di annunciare che l’amore è, tra le tre virtù teologali, la più alta, perché non avrà mai fine. La carità è la virtù per la quale amiamo Dio al di sopra di tutto e il nostro  prossimo  come noi stessi per amore di Dio.  Gesù  fa di essa il comandamento nuovo, ovvero la pienezza della Legge di Dio. La carità è il vincolo di tutte le altre virtù, che anima, ispira e ordina. Poiché la vera gratuità e lo spessore del vero amore è realizzato solo in nome di Cristo. Tutto è amato e accolto in nome Suo. Ciò che è amato al di fuori di lui è ugualmente un amore ma un amore imperfetto. La carità rimane l'unica opportunità per l'uomo d'oggi ovvero la sua trasformazione in uomo nuovo con un cuore nuovo. Vivendo in santità di vita e con una dimensione religiosa profonda, fatta di partecipazione ai sacramenti e di preghiera, la persona vedova sentirà sulle labbra il cantico del Magnificat come espressione migliore della vita con la Chiesa.

CRISTO SPOSO CHE AMA E SPOSO DA AMARE
Un’ultima connotazione della ricchezza di essere in vedovanza sta nel fatto di voler scegliere Cristo Signore come lo Sposo della vita.
Le situazioni che il nostro corpo incontra ci aiutano a percepire in modo più profondo e nel sentimento, quanto la nostra fede annuncia nella parola. Fin dal Battesimo Cristo è Colui che è entrato definitivamente con il suo amore nella nostra vita. Fin dal Battesimo abbiamo la certezza che la nostra vita senza Cristo è simile a un tralcio staccato dalla vita: senza linfa e si secca! (Gv 15) L’esuberanza e la forza della vita e dell’amore ci portano a preferire una persona, a poggiarsi su di lei per la nostra riuscita professionale o sentimentale. Il lavoro a volte diventa preponderante anche sugli affetti. La vedovanza ci riporta alla riscoperta di Colui che rimane sempre: il Cristo.
La vedovanza può essere motivo di conversione più profonda a Cristo dicendo a Lui quanto i salmi riferiscono all’Altissimo: Tu sei mia luce e la mia salvezza (Sal 27,1); Tu sei la rupe che mi accoglie (Sal 31,3); Tu sei la luce ai miei occhi (Sal 19,9); Tu sei la sorgente che mi disseta (Sal 36,10). Nella solitudine noi torniamo a vivere la totalità di Cristo che prima, nel quotidiano, avevamo smarrito o resa sbiadita.
Non ci dobbiamo vergognare della conversione del cuore quando questa ci aiuta a scoprire Cristo come amore infinito. Già da anni la croce ci parlava di questo immenso amore, ma ha cominciato a parlarci e a interpellarci sono quando siamo rimasti soli nella vita. Lì è capitato il clik che ci rende forti nella fede e gioiosi nella speranza. Lì abbiamo cessato di essere brava gente e abbiamo iniziato a essere cristiani.
È grazia anche la vedovanza quando ci riporta alla profondità del legame d’amore con Cristo!


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Prossimo incontro:
al Bigorio il 14 novembre 2015
partenza dal mercato coperto di Giubiasco alle ore 9.00
arrivo – meditazione – pranzo- visita al convento e rientro.


LA STORIA DELLE COSE
ovvero
fermiamoci un momento e riflettiamo su quello che stiamo facendo con i beni della Terra

Annie Leonard (Seattle, 1964), ci spiega in questo video quali sono i problemi derivanti dalla continua corsa al consumismo che ha, purtroppo, un enorme impatto nella vita quotidiana di tantissime persone, ma la maggior parte di questo ciclo, volutamente, viene tenuta nascosta alla nostra vista. Annie è una attivista statunitense autrice di questo film online, La storia delle cose, un documentario che mostra i costi sociali ed ambientali del nostro sistema di produzione e consumo.
Il film è diventato un fenomeno di internet, ha generato oltre 12 milioni di spettatori in oltre 200 nazioni dalla sua data di lancio nel 2007. Annie sta ora lavorando ad un libro pubblicato dalla Free Press of Simon and Schuster nel marzo 2010. Altri suoi documentari in rete sono: "La storia dell'elettronica", "La storia dei cosmetici", "La storia del Cap & Trade", "La storia dell'Acqua in bottiglia".

Il filmato dura circa 20 minuti: mettiti comodo/a, guarda e ascolta con attenzione
(puoi espandere a schermo intero per una migliore visione, opzione in basso a destra)

Riferimenti:

http://it.wikipedia.org/wiki/Annie_Leonard
https://profiles.google.com/storyofstuff/about
http://storyofstuff.org/


 
 
 

MENO PER NOI, ABBASTANZA PER TUTTI
La Campagna di Sacrificio Quaresimale 2015

La Campagna ecumenica 2015 di Sacrificio Quaresimale, Pane per tutti ed Essere solidali mostra come il nostro eccessivo consumo di carne aumenti il fabbisogno di foraggio e come in Brasile le foreste tropicali e le savane siano disboscate per coltivare soia. Fatti questi che contribuiscono anch'essi ai cambiamenti climatici. Le conseguenze sono tifoni, inondazioni, lunghi periodi di siccità e fame e a pagarne il prezzo sono milioni di famiglie di contadini nel Sud del mondo.
Intitolata "Meno per noi. Abbastanza per tutti" la Campagna propone ricette concrete per rendere il mondo un posto migliore per tutti i suoi abitanti. Con una petizione esige dal Consiglio federale e dal Parlamento l'adozione di misure efficaci contro il surriscaldamento globale al Nord come al Sud. La Campagna dura dal 18 febbraio al 5 aprile 2015.




Spiegazione del drappo                                                       
                                                                                    

Infocampagna 2015 del Sacrificio Quaresimale

   

INCONTRO CON SR. ANNALISA SULL'ANNO DEDICATO ALLA VITA CONSACRATA NELLA CHIESA

In data 3 febbraio 2015 è venuta in parrocchia a Giubiasco la Madre emerita dell’ordine religioso delle Suore Misericordine infermiere di S. Gerardo che ha la sua sede a Monza. Sr. Annalisa Nava ha esposto in modo encomiabile la lettera che Papa Francesco ha scritto alla Chiesa in occasione dell’Anno della Vita consacrata che è iniziato il 30 novembre 2014 e si chiuderà il 2 febbraio 2016.
In questa lettera il Papa pone tre obiettivi:
Cciede innanzitutto ad ogni ordine religioso di rileggere il proprio passato con gratitudine a Dio, perché la storia degli ordini religiosi racchiude la storia della Chiesa coronata da molti santi. Rileggere il proprio passato è voler andare alla sorgente e scoprire la forza del carisma che è una ricchezza per la Chiesa. Il passato insegna a leggere i segni dei tempi  e anche a sottolineare eventuali aspetti negativi del passato.
Un secondo obiettivo è l’appassionarsi alla mistica dell’incontro. Infatti ogni inizio di ordine religioso ha come base l’incontro dei fondatori con il Cristo. A ogni ordine è dato in consegna una pagina di vangelo che i membri devono far rivivere come relazione a Cristo. Rivivendo la relazione con Cristo quella pagina di Vangelo diventa credibile agli occhi di chi non ha visto con i propri occhi il Cristo.
Il terzo obiettivo è quello di abbracciare il futuro con speranza. Ogni ordine è messo alla prova dalle difficoltà che possono essere la sterilità di nuove vocazioni  o l’invecchiamento dei membri. Una sfida è il relativismo e l’irrilevanza sociale che sono dilaganti in questa generazione. Ebbene Cristo dice a tutti: "Non abbiate paura! Io ho vinto il mondo!" In un mondo dove si bada all’efficienza, alle pianificazioni a medio e a lungo termine, Cristo ci suggerisce che il Regno di Dio non è questione di numeri, né di opere efficaci. Egli stesso è la speranza del mondo.
Gli ordini religiosi hanno da offrire al mondo il Cristo e la relazione di totale affidamento a Lui. Il Regno di Dio cresce dove si manifesta la povertà dell’uomo. Per questo motivo il Papa invita ogni religioso a sprizzare gioia dalla persona e per lo stile di vita, perché è "quando si è deboli che Cristo diventa forte".
Un altro compito dei religiosi è quello di essere profeti in questo arco di storia dell’umanità. Il profeta sta dalla parte dei deboli e dei poveri, perché sa che Dio sta da quella parte. Il profeta interpreta la storia ed è capace di discernimento. In questo, ogni ordine religioso ha come compito di creare luoghi che diventino lievito che fa cambiare il mondo.
Ogni persona di vita consacrata ha il compito di mostrare come si vive la logica evangelica del dono, della fraternità, dell’accoglienza della diversità, dell’amore reciproco. Monasteri, comunità, centri di spiritualità, cittadelle, scuole, ospedali, case-famiglia e tutti quei luoghi che la carità e la creatività carismatica hanno fatto nascere, e che ancora faranno nascere con ulteriore creatività, devono diventare sempre più lievito per una società ispirata al Vangelo, la "città sul monte" che dice la verità e la potenza delle parole di Gesù. I religiosi e le religiose, al pari di tutte le altre persone consacrate, sono chiamati ad essere "esperti di comunione".
Mi aspetto,
scrive Papa Francesco, che la "spiritualità di comunione", indicata da san Giovanni Paolo II, diventi realtà e che voi siate in prima linea nel cogliere "la grande sfida che ci sta davanti" in questo millennio: "Fare della Chiesa la casa e la scuola della comunione".
I laici stessi, come le altre vocazioni, sono chiamati a entrare in sinergia per collaborare a dare risposte nuove al carisma che lo Spirito ha acceso nella Chiesa e che non spegnerà mai. Il Papa invita i diversi ordini a collaborare tra di loro, specialmente quelli che hanno carismi affini. Invita ad essere scuole di dialogo tra membri dello stesso ordine, ma provenienti da nazioni diverse. Infine invita tutti, laici, preti e vescovi a sostenere la presenza delle persone consacrate anche quando fossero in difficoltà di qualunque genere.

Festa della Sacra Famiglia


Se c’è una festa che noi cristiani cattolici dobbiamo tornare ad esaltare è proprio la festa della sacra famiglia.
Sul sagrato della chiesa di Giubiasco un artista ha posato una scultura nella quale vuole far riflettere sulla famiglia. È una scultura composta da una mamma, da un padre e da un bambino. Si danno la mano ed hanno dei piedi enormi, rispetto alla reale grandezza. L’artista ha desiderato richiamare la solidità della famiglia. Egli richiama, nella stretta di mano, che torni ad essere unita; desidera che in questa unità la mamma faccia bene la mamma, il papà faccia bene il papà e il figlio faccia il figlio! I ruoli infatti non sono ruoli esterni, ma sono le responsabilità dei singoli componenti.
C’è chi, dei tre, ha scelto l’adulto con cui vivere per sempre. Sia di parola. Si adatti alle modifiche che il vissuto impone. Sia sempre alla ricerca del compito primario: togliere all’altro le difficoltà perché l’altro trovi facile volere bene. Questa gara è una gara d’amore nella quale occorre mettersi in discussione per cercarsi e per desiderarsi, per volere che l’altro sia considerato sempre con il dovuto onore.

Che sia il tempo del lavoro a rubare la presenza del partner al partner e dei genitori ai figli?
Che sia la forza del benessere a trascinare tutti gli adulti che compongono la famiglia ad affidare ad altri i figli?
Che sia la famiglia monoparentale a mandare all’aria ogni ideale?
Che sia il rifarsi una famiglia da parte del separato a provocare le difficoltà dell’unità?
E il figlio? sta facendo bene la sua parte?
Il figlio è capace di impegnarsi nel dare gratifica ai genitori del suo essere figlio, anche nell’obbedienza? I figli non possono prendere il posto dei genitori, perché, in verità, genitori non sono!
I figli si sentono amati, preferiti?
Sanno essere l’orgoglio dei propri genitori perché saggi, educati nei loro confronti?
Sanno, i figli, coltivare l’interiorità e la fede senza sempre essere spinti dall’esterno e dalle raccomandazioni dei genitori?
La solidità della famiglia è un richiamo urgente, per tutti.

E veniamo alla Sacra Famiglia.
Maria è stata attenta allo Spirito Santo di Dio e ha colto la sua vocazione nella maternità. Essere madre è stata una grazia e non un peso. Maria ha portato a compimento la gravidanza per il mondo e non tanto per se stessa. Maria è stata una donna che nel silenzio della nascita del figlio meditava nel suo cuore ciò che avveniva. È modello di riflessione e di decisioni che corrispondono a Dio e al suo volere.
Giuseppe è stato una persona di azione. Dopo la crisi della ricerca della sua vocazione ha compiuto quanto la storia e gli avvenimenti lo hanno portato ad adempiere. Ha aiutato Maria nella difficoltà di trovare un alloggio, nella difficoltà di fuggire da Erode. Ha vissuto per la sua donna come ogni marito per la sua moglie.
Il bambino ha sempre avuto il suo destino nel compiere la volontà del padre, ma è cresciuto fino a trent’anni accanto a Maria e a Giuseppe. Ha praticato il culto e si è istruito alla sinagoga a partire dal dodicesimo anno, come e insieme agli adulti del villaggio. Gesù ha imparato il mestiere del falegname e ha onorato chi lo aveva generato: il Padre.

Preghiamo perché la Sacra famiglia formata da Maria, Giuseppe e Gesù, abbia a illuminare il nostro modo di vivere la famiglia. Facciamo festa se abbiamo una famiglia unita che corrisponde al progetto iniziale celebrato nel matrimonio. Godiamo di aver scelto bene il partner e ringraziamolo se ha avuto pazienza e capacità di adattamento. Cerchiamo di rendergli/le facile volerci bene e preghiamo insieme Dio perché sia Lui il perno che unisce.

No! Non è la Befana!

Che meschinità vedere e sentir parlare di Befana quando si dovrebbe parlare di Epifania del Signore Gesù!
Forse il fatto che la Chiesa utilizzi una parola greca che non fà più parte del linguaggio corrente non aiuta a capire la portata e l'importanza di questo giorno di festa. Si parlasse almeno di "Solennità della manifestazione del Signore alla persona e ai popoli"! Eh sì. È la festa in cui un numero imprecisato di astrologi è comparso a Gerusalemme dicendo di aver visto nell’anno 7 prima di Cristo la congiunzione di Giove con Saturno nella costellazione dei Pesci. Il pianeta Giove era considerato universalmente, nel mondo antico, come l’astro del sovrano dell’universo. Per gli astrologi babilonesi Saturno era l’astro della Siria, e l’astrologia ellenistica lo designa come l’astro dei giudei. Infine la costellazione dei Pesci era in relazione con la fine dei tempi. È logico che nella congiunzione di Giove con Saturno si pensasse alla nascita in Giudea del sovrano della fine dei tempi.

Forse Matteo si ispira a questa mentalità astrale per parlare dei magi che si presentano  a Gerusalemme da Erode, re dei Giudei. Non si dice nel Vangelo che fossero tre, il numero è dedotto dai doni citati: oro, incenso e mirra, che sono simbolici del potere divino di questo bambino nato. Solo nel secolo VIII i magi ricevettero i nomi di Melchiorre, Gaspare e Baldassarre. Né i magi erano quelli che oggi chiameremmo "saggi": avevano conoscenza di astrologia e oggi li chiameremmo astrologi. Sono figure teologiche e funzionali, che vengono a ratificare la dignità unica di Colui che è nato a Betlemme, Gesù Cristo. L’episodio serve a Matteo per dire che Gesù non è solo per il mondo giudaico, ma che la sua salvezza è universale ed è offerta a tutti senza distinzione. L'evangelista vuole insegnare che in Gesù si realizzano tutte le attese e le speranze, non solo quelle del popolo ebraico, ma anche quelle di tutti gli uomini. È Lui il re che tutti attendono, ma è re umile e silenzioso, nascosto. Chi lo trova ne gioisce e lo intronizza nella sua vita e gli offre l’omaggio più prezioso: riconoscerlo figlio di Dio e uomo sofferente per togliere il peccato del mondo.

Ecco perché di fronte ad un evento tanto grande ed importante è ridicolo parlare di Befana! Ciascuno di noi è interrogato e invitato ad accostarsi a Gesù Cristo che si manifesta nel silenzio di se stessi, nell’intimo della persona e desidera, se accolto, colmare le proprie aspettative e speranza. Insomma è come trovare la perla tanto preziosa che vale più di ogni altra cosa al mondo, per la quale vale la pena vendere tutto per comprarla e possederla.
Celebrare la festa della manifestazione del Signore è prendere il coraggio di annunciarlo come presente nella comunità dei cristiani. È prendere una spinta ad essere missionari dopo averlo adorato, contemplato e riconosciuto come re della propria vita. La solennità della manifestazione del Signore  spinge ogni persona a non soffermarsi ad una ricerca puramente filosofica, o entrando in spiritualità orientali o di sette religiose. Invita apertamente a scoprire la pienezza che c’è in Cristo, Figlio di Dio.
Devi avere il coraggio della donna al pozzo di Samaria: parlare con lui che dice di avere sete di te, dice di avere una sorgente d’acqua viva che zampilla per la vita eterna e che rende l’acqua del pozzo solo un dissetante del corpo. Asserisce che la sete, per la quale la donna va al pozzo, è la sete di Lui, non dell’acqua del pozzo stesso. Gesù ascolta la donna che gli chiede se il culto vero è a Gerusalemme o sul monte Garizim: Gesù risponde, appunto, che il culto è abbracciare Lui e, tramite Lui, giungere al Dio che è padre affettuoso per tutti. (Gv4)

Vuoi provare ad essere saggio? Abbandona la scopa e la donna che vi si siede sopra. Torna a cercare Gesù Cristo: lo trovi nella Messa e nella Parola di Dio pregata e meditata. Siediti in chiesa quando non c’è nessuno e prova ad ascoltare il Cristo. Non restare solo un minuto, ma il tempo necessario perché ti conosca e si faccia conoscere da te. Prova a vedere come esci da quell’incontro: sarà la tua "manifestazione del Signore".

È Natale

Non abituarti a questa parola.
Forse è giunto il tempo in cui bisogna dire: "Celebriamo la nascita di Gesù Cristo, figlio di Dio, il salvatore degli uomini!" Sì, bisogna proclamarlo in questo modo, per rinfrescare la presenza di uno che è maestro,  agli uomini che non sanno più capire cosa sia l’onestà, la bellezza della verità, la libertà di essere completi anche nell’interiorità. L’uomo moderno crede di risolvere i suoi problemi con il denaro e con il commercio. Crede che le risorse sono da sfruttare per arricchirsi. Crede che, per mettere a posto il mondo, ci vorrebbe il pugno di ferro. Invece è nato il maestro che dice che la violenza non fa altro che indurire i cuori e farsi dei nemici. Viene il maestro che ci dice di prendere Dio come guida e di non fidarsi più degli idoli costruiti dalle mani degli uomini.
Viene un maestro, il Cristo, che ci dice che solo nell’amore Dio raggiungerà il cuore di ogni persona e, attraverso il cuore che ama, raggiungerà tutta la storia degli uomini. Abbiamo bisogno di un salvatore, non andando alle urne per cambiare gli equilibri politici e partitici. Abbiamo bisogno di ragionare in un altro modo, non solo in modo statistico e razionale.
Abbiamo bisogno di ragionare secondo la fede. Natale senza la fede è la nascita di un bambino come tanti. Come noi. Invece visto con la fede è la festa della nascita del Figlio di Dio che viene a riconciliare l’uomo a Dio e a rivelare chi sia Dio e chi sia l’uomo nella sua vera identità. Visto senza fede quel bambino è tutto normale. Ha lì, accanto a sé, una donna come madre e un uomo come padre.
Visto invece con la fede quella donna è frutto ultimo di tante promesse fatte da Dio attraverso i profeti. Quell’uomo non è il papà, ma è un discendente di Davide per annunciare al mondo che il bambino è il Messia pure promesso dai profeti. Visto senza fede questa nascita è strana, perché avvenuta senza importanza. Nessuno s’accorge e non sembra il personaggio famoso che tutti dicono che sia. Visto con l’occhio della fede questo silenzio è simbolo del segreto del cuore di ognuno nel quale avviene l’accoglienza. È accolto solo da chi apre la porta per farlo entrare nella propria esistenza. È  accolto dentro il silenzio della propria libertà. Non è frutto di ereditarietà: i genitori possono essere contrari e i figli possono accoglierlo con forza e gioia.
Dicono che attorno a questa nascita ci fossero angeli che cantavano: sono soltanto segno dell’esultanza del cielo e dei suoi abitanti nel riconoscere che d’ora innanzi tutti gli uomini potranno abitare il cielo. Anche questa presenza angelica è stimolo a leggere con la fede l’avvenimento. È come mettere dei segni che già preannunciano quale sarà la fine dell’esperienza: attraverso la morte di croce tutti gli uomini saranno salvati!
Chi ha la fede sa queste cose e ne gode e vive di conseguenza. Cerca di far venire sulla terra quello che Cristo vuole realizzare con la sua presenza nel mondo.Chi non crede non sa e non gusta la festa con occhio di fede. Festeggia perché è scritto nel calendario. La festa è un giorno e non una persona nata.

Natale è una festa perché so che Dio mi ama. Riconosco che sono importante per Dio e Lui lo è per me. Non mi vuole lasciare alla sola bellezza della mentalità puramente razionale, ma mi invita a una mentalità che porta la mia persona alla completezza: un uomo scritto maiuscolo, costruito secondo i valori e le virtù, e un uomo che crede in una dimensione eterna.
Dio non mi vuole solo in relazione con i miei simili, uomini o donne che siano, ma mi vuole anche in relazione con Lui. Mi afferma che non di solo pane vive l’uomo, ma anche di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. Per questo trovo il tempo dell’ascolto, della preghiera e del dialogo. Per questo gli faccio posto dentro la mia vita pur lavorando come tutti, amando come tutti, sempre in relazione con le persone, come tutti. Trovo il tempo di celebrarlo perché lo voglio riconoscere come Colui che mi arricchisce e non finisce mai di alimentare la mia grandezza.

Il valore della Cresima

Cari giovani, cari adulti,

nel nostro modo di parlare siamo soliti dire "faccio la Cresima"e così dicendo sembra che la Cresima sia un nostro modo per relazionarsi a Dio e alla nostra fede.
In verità questo modo di esprimersi racchiude solo la metà della verità e l'altra metà, che non viene espressa, rimane sottaciuta. A furia di sottacerla non appare mai nel nostro vocabolario e lentamente scompare dalle nostre verità interiori.
Cosa bisognerebbe aggiungere? Bisognerebbe aggiungere "Vado ad accogliere il dono che Dio mi fa', perché lo Spirito Santo mi sarà necessario nella mia vita di credente in Cristo". Infatti la celebrazione della Cresima è accostarsi a Dio che ci fa il dono dello Spirito Santo. Lo Spirito Santo è una luce, un entusiasmo d'amore che ci rende capaci di scegliere il bene nella sua varietà, nel mondo degli adulti e, prima ancora, dei giovani.

Lo Spirito Santo di Dio è entusiasmo per gli aspetti della Chiesa, intesa come comunità nella quale il laico (il battezzato) sa entrare come lievito nella pasta della professione, nel mondo della scuola, nei rapporti pubblici, nella vita civica, con la saggezza del Vangelo.
Lo Spirito Santo sostiene l'amore nel comprendere chi sarà la persona da sposare per formare una famiglia che dura tutta la vita.
Lo Spirito Santo illuminerà il cresimato perché sappia trovare il tempo per educare anche la prossima generazione alla fede. Farà essere genitori che educano alla fede perché anche la prossima generazione abbia questo bel dono che fa vivere la storia con la speranza.

Accogliere il dono di Dio che è lo Spirito Santo è accogliere quella luce che aiuta a comprendere le Scritture, lette dalla Parola di Dio, perché la Parola di Dio dia forma alla propria vita e alla comunità parrocchiale. Quando si accoglie un dono è necessario fargli posto. Trovare dopo appenderlo, dove metterlo in mostra. Ebbene una delle preoccupazioni del cresimato è appunto quella di trovare l'ambito in cui mettere in mostra di aver ricevuto lo Spirito Santo.
Non ci vuole fantasia per trovare il luogo: il luogo è la comunità della Parrocchia. Il luogo è la classe di scuola nella quale si è inseriti. Il luogo è la famiglia che si ha: genitori, fratelli, sorelle, nonni. Il luogo è la squadra di calcio o di basket in cui ci si allena e si gioca.
È davvero troppo bello accogliere lo Spirito Santo! Credetemi: vale la pena incontrarsi per due volte cinque mesi nel cammino di due anni per comprenderne la bellezza e la ricchezza. Chi è senza Spirito Santo è come una lampadina spenta: bella, tonda, con un potenziale di luce...ma spenta!
Auguro a tutti coloro che celebreranno la Cresima di illuminare e gioire della luce che lo Spirito Santo emana.


Vostro don Angelo

La dimensione missionaria

Caro lettore sono contento di esprimermi a riguardo della dimensione universale che ho e che abbiamo in quanto battezzati nel Signore Gesù Cristo. Essere universali è una qualità tanto grande che ne dobbiamo andare orgogliosi. Siamo fratelli degli umani che vivono sulla terra e che partecipano ai momenti gioiosi e tristi della nostra generazione. È un vero dono di Dio che ci è stato dato nel giorno del battesimo. Ma non è l’unico dono che ci rende universali. Siamo universali per la dimensione sociale che ci abita. Siamo nati in una famiglia, abbiamo trovato una famiglia che ci ha accolti alla nascita. Ci siamo socializzati con le persone che abbiamo scoperto a partire dai fratelli, dalle sorelle, dai parenti e dagli amici.
La dimensione sociale oggi mi rende partecipe delle scoperte degli scienziati e mi rende partecipe delle condizioni di povertà che esistono nel mondo. Sono solidale con chi soffre e con chi è nella necessità. La fatica di socializzare che ho vissuto negli anni di giovinezza mi reso sociale ed educato, capace di apprezzare quanto gli anziani e la generazione prima di me avevano costruito come gremio nel quale sono nato e cresciuto.

Chi purtroppo non sa compiere questo importante passo di socializzare con chi incontra, resta asociale. Essere asociali è la chiusura su se stessi che rovina il futuro. Infatti, dopo che mi sono socializzato, sono in grado di proporre alla mia generazione delle modifiche per restare al passo con i tempi. Ogni essere umano ha un suo ambiente umano, familiare e di natura che lo circonda. Per questo le regole che esistevano in antecedenza vanno modificate e migliorate per adattarle al tempo presente. Per modificare il vecchio al nuovo bisogna avere dei valori, perché le  decisioni saranno sagge e durature quando si perseguono i valori. Non sono certamente le scelte su argomenti futili a fare la storia! Saranno invece i valori profondi.
Tra i valori profondi, oltre alla giustizia, alla pace, al riconoscimento del valore della persona umana vi è anche Dio. Dio è uno dei valori eterni che l’uomo non può perdere nel camminare tra una generazione e l’altra. L’uomo, quando accoglie Dio, riceve delle dimensioni che gli uomini e le ideologie non possono offrire. Dio offre il perdono e la conversione. Dio offre la santità della vita. Dio offre Gesù Cristo come Parola di verità, Dio offre lo Spirito Santo che ha cambiato la morte in vita. Oltre a questi valori Dio offre di diventare eredi della gloria, quindi, Dio offre una dimensione eterna oltre che universale!

I Cristiani devono essere missionari perché vanno proclamando che Dio è il valore che aggiunge dimensioni eterne che l’uomo non può darsi da solo. Il "missionario" è colui che gioisce di aver ricevuto da Dio. Missionaria è la persona che gode di essere tanto ricca interiormente da possedere anche occhi che vedono l’invisibile. Il missionario è la persona di speranza che lavora e si impegna perché sulla terra ci siano i valori che ancora non esistono. È missionaria la persona che non si arrende davanti alla guerra, perché sa che lo Spirito Santo sa immettere un cuore di carne alle persone che oggi sono con il cuore di pietra. Il laico (colui che non è prete) è il missionario per eccellenza, perché porta i valori nel mondo della famiglia, nel mondo del lavoro, nella politica e nell’incontro con le altre persone.
La giornata missionaria è un giorno di ricarica e di ritrovo  per permettere a questi doni di Dio di penetrare nell’animo e diventare farina del proprio sacco. Non ci si può accontentare di celebrare la Messa domenicale in chiave missionaria per ricaricare la dimensione missionaria nella persona e nella parrocchia. Bisogna mettere in comune le fatiche di socializzare con questa generazione. Bisogna lasciarsi impressionare dalle persone di altre culture che pure socializzano e sentono sulla loro pelle le difficoltà delle leggi esistenti e che potrebbero essere cambiate con i valori profondi. Bisogna riscoprire la gioia di credere che Dio è il primo valore da trasmettere, insieme al rispetto per la persona umana.
Quest’anno 2014 guardiamo alla nazione delle Filippine come nazione lontana da cui imparare. Loro hanno il flagello degli uragani, delle tempeste di mare, dei terremoti e dei vulcani. Sulle settemila isole che compongono l’arcipelago ci sono almeno sette tifoni all’anno che distruggono e portano sconforto. Eppure, in quella nazione, la popolazione ha il coraggio di riprendere in mano il proprio destino. Ha il coraggio di ricostruire la casa, di rimettere in moto allevamenti e coltivazioni. Il tutto allo scopo di vivere. lo fanno con gioia sapendo che la vita è più forte della morte e il sole è più forte della pioggia. Anche noi vorremmo imparare da loro a non lasciarci abbattere davanti alle difficoltà. Anche non vogliamo riscoprire il valore della solidarietà nella prova. Anche noi abbiamo da imparare a restare umili davanti alla potenza della natura che da noi non è niente altro che acqua, vita, fertilità e benedizione. Abbiamo bisogno di togliere dal nostro vocabolario l’interiezione "Uffa!" come sintomo di noia  per essere nel disagio. Abbiamo bisogno di cancellare le lamentele per la pioggia più abbondante del solito, ma mai rovinosa.
Auguro a tutti di continuare a socializzare, di vivere i valori profondi per avere il coraggio di immettere nella nuova generazione, e nella storia che verrà, ogni valore che scaturisce dal Vangelo, soprattutto Dio.

Don Angelo

TE LO DICO IN UN ORECCHIO

Vorrei dirti una cosa bella, ma non nell'orecchio, altrimenti pensi che sia una notizia privata.
La cosa bella che ti sussurro  questa: godi la tua fede nel Cristo.

È bello ospitare dentro di te Cristo, perché è una persona che è capace solo di amare.
Se pecchi ti perdona, se perdi la pazienza di dona speranza.
Se ti metti in relazione con Dio ne gioisce, perché, Lui, non ha fatto altro che vivere la volontà del Padre.

È bello sapere che hai un corpo che ospita il Cristo: risplende anche lui come un Tempio, come un'abitazione fatta di debolezza, ma che ospita Colui che di più grande non c'è. Credimi!
Quando ti metti in silenzio ad ascoltare il tuo cuore che batte sentirai che Lui è come il cuore: ti sospinge anche nei percorsi difficili.
Quando sarai in silenzio a godere di avere in te l'intelligenza Lui ti dirà che la tua capacità più sublime è quella di aprirti a conoscere Dio.
Quando sentirai di avere in te dei sentimenti di amore, di comprensione e di bontà - e...chi non ne ha!- sentirai di essere grande perché provi un sentimento di vicinanza e di amore anche verso di Lui.

Cristo ha una presenza che oso chiamare "silenziosa".
È alla porta e bussa. Solo se, volutamente, gli aprirai entrerà nella tua vita. Se non gli apirai attenderà un'altra occasione propizia per tornare a bussare.
Se gli aprirai entrerà e cenerà con te e sarà Lui a servirti per la gioia che gli avrai provocato nel gesto di aprirgli la porta!

A cura di don Angelo

La Festa Federale di Ringraziamento

Si tratta di una festività religiosa e civile interconfessionale svizzera. Attualmente la si festeggia annualmente la terza domenica di settembre, in tutta la Confederazione. Essa viene anche chiamata Digiuno federale o in modo più esteso Festa Federale di ringraziamento, pentimento e preghiera. In tedesco Eidgenössischer Dank-, Buss- und Bettag in francese Jeûne fédéral.
Storia.
La prima fonte scritta di questa celebrazione risale al 1517. Ma la tradizione era molto più antica. In seguito i cantoni riformati stabilirono giornate, settimane o addirittura mesi di penitenza e digiuno in caso di peste o di carestie come a lt Basilea nel 1541, lt Zurigo nel 1571 e lt Berna nel 1577. Nel lt 1619 tutti i cantoni riformati celebrarono la prima festa di ringraziamento collettiva. Durante la Guerra dei Trent'anni la Dieta dei cantoni riformati decise di rendere annuale questa festa. In questi anni anche nei cantoni cattolici si introdusse questa usanza. Nel lt 1796 su proposta del canton Berna la Dieta federale congiunta dichiarò l'8 settembre di quell'anno la prima festa federale di preghiera.
Questa usanza si mantenne nel tempo anche se fino al 1832 veniva celebrata in tempi diversi, nei singoli cantoni per i riformati e nelle singole diocesi per i cattolici. Nella Dieta federale di quell'anno Argovia propose di fissarla in tutti cantoni alla terza domenica di settembre. Da quell'anno in tutti i cantoni la ricorrenza venne festeggiata in quella data, tranne nel canton Grigioni che, fino al 1848, mantenne la data della seconda domenica di novembre. Nel 1886, i vescovi cattolici stesero un regolamento della festività valido per tutto il territorio svizzero. Con il lt Concilio Vaticano II questa ricorrenza divenne ecumenica. Da allora i vescovi svizzeri inviano a tutte le parrocchie una lt lettera pastorale per questa festa.
(tratto da Wikipedia)



Cari parrocchiani,
mi sento felice di presentarvi la bellezza e l’importanza che ha questa festa federale di ringraziamento per il cittadino che vive in Svizzera. È un canto di lode a Dio che ci responsabilizza. Desidera suggerire un occhio di fede per vedere i benefici e il pane di ogni giorno come doni venuti a noi da Dio.
Possiamo ben vantarci della sicurezza del Paese. Possiamo ben vantarci della stabilità del Governo. Possiamo ben vantarci del benessere che ci è riservato, non tanto per goderne, ma anche per saperlo condividere con chi ha meno di noi. Dio ci chiede anche di spezzare il nostro pane per chi ha fame. Abbiamo un Governo che si mette a disposizione per la pace internazionale. Abbiamo, relativamente ad altri Paesi, una bassa disoccupazione. Abbiamo una moneta forte sui mercati. Abbiamo una popolazione di religioni e di lingue diverse che sanno rispettarsi e vivere nella pacifica condivisione del territorio. Siamo accoglienti e siamo poveri di potenza, proprio perché piccoli nel territorio. Non abbiamo grandi ricchezze da esportare, se non una tecnologia avanzata. Abbiamo un territorio bellissimo che molti ci invidiano.

Dovremmo aumentare la nostra povertà per sentire di aver bisogno di Dio. A volte si ha l’impressione che tutta la nostra ricchezza ci sazi di noi stessi e non abbiamo più la gioia di sentire il bisogno di Dio. La Festa Federale di Ringraziamento ci chiede di piegare le ginocchia e di adorare Colui dal quale viene ogni dono. Da Lui abbiamo la fede, da Lui abbiamo una redenzione, da Lui abbiamo una fraternità che ci ha resi concittadini con gli abitanti del mondo intero.
A Dio vada il nostro grazie. Alle autorità vada il nostro rispetto per la dedizione che hanno per il Paese. A volte rincresce vedere trattare male e a pesci in faccia l’autorità civile. È sintomo di autosufficienza individuale davanti alle necessità della nazione e dinnanzi ai bisogni internazionali. Fa male sentire denigrare l’autorità, perché è istigazione alla guerra civile e all’anarchia. Rincresce sentire che, a pochi anni dalla guerra, l’individuo prevale sulla comunità, quando invece l’aspetto comunitario sovrasta quello individuale e personale. Il motto "uno per tutti e tutti per uno" non dovrebbe restare scritto a palazzo federale, ma dovrebbe essere stile di vita per tutti i cittadini, anche i più ricchi e benestanti che non hanno bisogno della solidarietà dei poveri.

Cari lettori, vi invito a celebrare con gioia la Festa Federale di Ringraziamento. Lodate Dio e mettete da parte gli aspetti più individuali altrimenti passerà un altro anno e il ringraziamento troverà meno posto in voi, perché l’avete trascurato.
La celebrazione non è l’unico modo per partecipare alla Festa Federale di Ringraziamento. Potete invitare alla vostra mensa lo straniero. Potreste recarvi ad ammirare il territorio. Potreste dedicarvi alla lettura del libro che racconta la storia della nostra Svizzera. Potreste scrivere un delicato e gentile grazie a chi è incaricato di esercitare il potere esecutivo nel paese. Potreste proporvi di recarvi alle urne ogni volta che siete invitati dalle votazioni cantonali, federali o comunali. L’unica cosa che non dovreste fare, a mio modesto avviso, è starvene con le mani in mano.

Leggi:  comunicato stampa ufficiale
            dichiarazione ufficiale di impegno

A cura di don Angelo.

L'adorazione dell'Eucaristia

Adorare è un gesto importante dell'uomo dinnanzi a Dio. Adorare è riconoscerlo come Colui che fa le regole della vita. È come mettersi in fila dietro la persona più importante. Ogni uomo ha questo gesto nei confronti di chi ritiene sia più grande di Lui. Adorare è contemplare: ammirarne la vicinanza e sentirsi onorati di poter stare davanti a tanta bellezza!
Adorare, dunque, è il sentimento di chi desidera assomigliare a Colui che sta davanti. Infatti adorare è implorare santità per essere simili a Colui che è tre volte santo.Adorare è l'umiltà del silenzio di chi si pone in ascolto di una Parola importante per la vita. Infatti l'ascolto è la capacità di lasciar entrare una persona dentro di noi. Adorare è ospitare dentro di noi Colui che ci arricchisce della sua presenza.
Tutti questi contenuti fanno il gesto di porsi in ginochio davanti a Cristo esposto nell'Eucaristia. È gesto che ci porta a stare in ginocchio; è gesto che ci porta a stare in silenzio per contemplare.
È vero che adorare è difficile, perché esige una sorta di distacco da tutto il resto, per restare soli con Colui che è forte, che è luce, che è parola che costruisce la vita. Adorare è un gesto di intimità perché stando davanti a Lui ci si sente fortunati, pieni del suo amore e del suo dono.

Scrivo questo per annunciare alla comunità che nei giorni 17 e 18 giugno, in preparazione alla solennità del Corpo e del Sangue di Cristo abbiamo esposto in chiesa il santo sacramento dell'Eucaristia per la adorazione.

Invito tutti i lettori a trovare un momento di tempo per sperimentare questo gesto d'amore nei confronti di Cristo.

Riflessioni sul Cantico dei Cantici  -  incontri e concerto a Giubiasco  -  settembre 2013


Pubblichiamo una sintesi dei due interessanti incontri svoltisi a Giubiasco in collaborazione con l'Associazione Biblica della Svizzera Italiana (ABSI) e organizzati dalla Cantoria di Giubiasco in occasione delle celebrazioni del Centenario.
Segue un commento al grandioso concerto 'Oratorio sul Cantico dei Cantici', svoltosi nella chiesa di Giubiasco, che ha visti protagonisti la Cantoria, il Quintetto Larius e i giovani attori Barbara Buracchio e Marco Capodieci.
Tutti i testi sono a cura di don Angelo Ruspini.


1° incontro - L’amore nella Bibbia

Eravamo in una sessantina di persone ad ascoltare il prof. Ernesto Borghi. Ci ha parlato dell’amore nella Bibbia riassumendo i contenuti di questo annuncio in tre filoni nei quali viene spiegato cosa sia l’amore. Settantatre libri, quelli della Bibbia, che sono una storia d’amore. L’amore di Dio per l’uomo di ogni generazione. Studiare cosa sia l’amore serve a crescere nell’amore, non a saperne di più sull’amore. Le parole ebraiche che si riferiscono all’amore sono di tre tonalità: La prima richiama il significato di amore globale. La seconda la traduciamo con misericordia e benevolenza. La terza è sinonimo di bontà e condivisione.

Amore globale
Nella prima accezione molti sono i testi che descrivono questo sentimento con cui Dio è appassionato all’uomo e gli chiede un’alleanza come risposta al Suo amore. In questo amore l’uomo trova la sua profonda identità quando risponde all’Alleanza di Dio e lo ama con tutto il cuore e con tutta la mente, e con tutte le sue forze e ama il prossimo come se stesso.
I profeti ricordano al popolo l’alleanza d’amore e richiamano la fedeltà all’amore che Dio ha per il suo popolo. Nei Salmi e nei libri sapienziali  si annuncia che questo amore globale scaturisce dall’amore di Dio e si traduce nel comportamento quotidiano della persona.

Misericordia e benevolenza
Nella seconda accezione che deriva dalla parola utero, viscere, interiora, l’amore è presentato come comportamento di compassione, favore solidale, benignità, in un contesto di tenerezza.
Nei libri della Bibbia viene accennato per ben 254 volte. Questo immenso numero di citazioni di questo tipo d’amore ci insegna che nella Bibbia non viene cercato il significato d’amore come verità assoluta, ma come un’aggiunta di tanti aggettivi e di tanti sostantivi per annunciare che l’amore ci pervade, è qualcosa di immenso e vasto e soprattutto di possibile all’uomo. Questa ricchezza di volti dell’amore sembra dire che non si è mai finito d’amare e l’amore lo si può vivere in mille modi nella vita quotidiana.

Bontà e condivisione
Da ultimo, riguardo la terza accezione della parola amore, siamo passati alla traduzione greca della Bibbia. Anche la lingua greca ha tre accezioni. La prima è il sentimento di tenerezza, la seconda la passione, la terza l’affetto puro e semplice.
In questa terza accezione ci siamo soffermati sul termine greco Agape che nei Vangeli è il modo di amare legato alle azioni, mentre in S. Paolo è più legato al significato intellettuale. In questo modo d’amare vi è la congiunzione assoluta dell’amore a Dio con l’amore al prossimo. Non si può dire di amare Dio che non si vede,  se non si ama il prossimo che si vede.
Le due componenti,  Dio e Uomo, sono strettamente legate assieme e sono inscindibili, perché interdipendenti fra loro: non ci si può limitare ad amare il prossimo, perché l’amore scaturisce da Dio che ama l’uomo ed è per questo che non si può scindere l’amore a Dio dall’amore al prossimo. Il modello di questo amore a due dimensioni è Cristo Signore.
La Chiesa ha il compito di mostrare nella vita questo comandamento che lega Dio ai fratelli. Ovviamente questo amore non lo si può imporre, ma, chi conosce Dio, lo deve mostrare come vero e possibile.
Una domanda finale ci è stata posta. Sei discepolo di Cristo nell’amore? Svilùppati in amore. Accogli Dio con tutta la passione di cui sei capace e accogli il suo amore per te e dimostra il suo amore nell’amare le persone.


2° incontro - Il Cantico dei Cantici: una lettura ebraica e una lettura cristiana

L’incontro con Elena Lea Bartolini De Angeli è stato di una ricchezza impareggiabile. Ha insegnato quando viene letto nella sinagoga questo poema d’amore: durante la Pasqua e in tutti i sabati, quando si ricorda la Pasqua settimanale.
Questo poema è entrato fin da subito nel Canone dei libri sacri ebraici ed è considerato come il miglior distillato di una farina sempre più ricercata.
Il poema chiamato "Cantico dei Cantici" entra nel tessuto dell’uomo e della donna e li porta ad incontrare il divino. È paragonabile all’entrare nel Santo dei Santi del Tempio. Nella espressione interiore dell’ebraismo l’innamoramento, il matrimonio e lo scambio d’amore tra i coniugi vengono considerati come il massimo dei gesti della coppia. Un uomo che non ha la moglie non è considerato un vero uomo! Dio creò la coppia: questa è l’immagine e la somiglianza di Dio. L’amore nella coppia rimanda dunque all’amicizia di Dio.
Il matrimonio è un atto sacro e si esprime con la sacralità del rapporto sessuale. Certamente Dio ha un grande lavoro: combinare i matrimoni giusti e questo è più difficile che separare le acque del Mar Rosso! L’amore autentico, che parte dal cuore del coniuge, mostra l’identità dell’amore di Dio e, amando, la coppia mostra la trascendenza di Dio.
L’amore è un fuoco e il fuoco descrive bene la passione dell’amore. È un fuoco che può rivelare  la missione della vita, come nel roveto per Mosè, e rivela il nome di Dio. Ma se fosse fuoco puramente carnale sarebbe simile al fuoco di Sodoma e di Gomorra che distrugge. Quando l’amore è corrisposto rende presente l’amore di Dio; quando invece è gesto di sopravvento sull’altro è fuoco che distrugge.
Nell’erotismo si rende presente la passione di Dio per gli uomini e la fecondità del gesto d’amore reciproco è invito a realizzare il nome di Dio tra gli uomini. Il moltiplicarsi nei figli è rendere presente Dio tra i due coniugi e nella prossima generazione.
In questo contesto l’erotismo è un’esperienza mistica tanto che il modo migliore per vivere una festa è il rapporto sessuale nella coppia. La relazione è segno dell’amarsi; è desiderio di reciprocità; è ricerca dell’altro; è il trovarsi ed è un amarsi. Questo amore, che parte dall’essere uno per l’altro come Dio lo è per il suo popolo, è puro e profondo e introduce Dio nella storia nella coppia e la coppia nella storia di Dio.
In questa triade che produce amore, composta dal marito, dalla moglie e da Dio, si capisce che l’amore realizza la persona umana, perché la inserisce nella Trascendenza divina. In questa completezza l’amore diventa una forza d’amore che spinge ad amare gli altri, a manifestare all’esterno della coppia l’amore nei fratelli fino a giungere al dono totale di sé. La scoperta dell’amore come dono che realizza la persona innalza la coppia a una grandezza che, noi cristiani, diremmo essere come l’amore di Cristo.
L’esposizione ha poi mostrato che il Cantico dei Cantici ha un suo prolungamento nella lettura degli altri libri sapienziali della tradizione ebraica durante le feste principali dell’anno, perché l’amore è ancora qualcosa più grande e più dinamico di quello vissuto nella coppia.
Dopo la Pasqua, che ha come testo di lettura il Cantico dei Cantici, si celebra la Pentecoste: il ricordo della rivelazione del Sinai. In questa festa si legge il libro di Rut che mostra un amore ancora più maturo che supera l’amato per andare verso la suocera. Poi si passa alla lettura delle Lamentazioni che ricordano la sciagura della distruzione del Tempio fino alla tragedia dei campi di concentramento. Insegna che l’amore deve anche confrontarsi con il dolore e ci aiuta a un amore solido e pieno. Poi si  passa a leggere  il Qoèlet durante la festa delle Capanne. Questo libro ci ricorda che la vita è precaria e l’amore stesso si deve confrontare con la precarietà della vita. La nostra fragilità ci impone di riflettere sulla fragilità e anche sulla corta durata della vita, ma anche sul senso di introdurre Dio nell’amore, altrimenti rimane soltanto qualcosa di fragile. Infine, nel libro di Ester, l’amore della dona diventa amore per il suo popolo dove l’amore mette a rischio la vita per la salvezza del popolo.
Con queste scadenze e questi contenuti appare come l’amore abbia tonalità e grandezze incomparabili.

Renzo Petraglio ha esposto la lettura cristiana del cantico dei Cantici.
Ha voluto sottolineare che si tratta di una lettura semplice e naturale. La specificità di questo cantico sta nell’alta poesia. Con esempi concreti e con la lettura di passi scelti ha mostrato come le parole, le immagini, i fiori di cui si parla a mo’ di esempio, i frutti citati, sono dei semplici simboli che – perché usati in poesia – nascondono una ricchezza impareggiabile di altri contenuti. Proprio perché il linguaggio usato è un linguaggio poetico le espressioni scritte dicono poco nei confronti dei significati nascosti.


Concerto "Oratorio sul Cantico dei Cantici" del 29 settembre 2013

Il concerto è stato eseguito dalla Cantoria di Giubiasco, quale ultimo atto delle celebrazioni per il suo centesimo anno di vita, con protagonisti Barbara Buracchio e Marco Capodieci. La musica è di Manuel  Rigamonti; direttore del Coro, Michele Tamagni. Agli strumenti musicali il quintetto Larius con  Luca Moretta e Claudio Rigamonti ai violini, Valentina Turati al violoncello, Rino Rossi al contrabbasso, Elena Strati al pianoforte.

Sono stato preparato ad accogliere in me questo libro della Bibbia, sia cristiana che ebraica, dai signori Ernesto Borghi, Renzo Petraglio e dalla signora Elena Lea Bartolini De Angeli.
Ho capito una cosa: che il popolo d’Israele cerca il suo Dio, desidera essere da Lui amato. Gli ebrei  lo ricercano come l’unico amore che riempie la vita. Lo cercano con i sentimenti, con la bellezza della natura, con il loro corpo, con i profumi con cui esprimono realtà altrimenti invisibili nei gesti e nelle parole. Amano il loro Dio come l’unico sposo a cui vogliono appartenere e con il quale desiderano godere come due amanti. Dio ha eletto loro e non altri!
Vogliono che s’accenda, dentro di loro, un fuoco d’amore che renda ancora più fervente e appassionato l’amore. Gli ebrei, per Dio, camminano, festeggiano, ricordano il sabato, vanno a Gerusalemme, ricordano, nelle principali feste, l’amore immenso di Dio che a loro si è rivelato. Dio, per loro, è luce che dona luce agli occhi; è rupe, e liberatore, è forza di vita; è parola che rende fertile la terra; è amore, bontà e misericordia. Lo cercano, lo desiderano e, come lo sposo che bussa alla porta, ne sentono tutta la vicinanza e la voce, ma non lo possono vedere. È l’invisibile, il più grande, l’ immenso che nessuno potrà immaginare.

Anche l’amore che Dio riversa sul suo popolo è immenso. Ha dato loro la bellezza della natura i cui suoni partecipano alla lode, dalle foglie, ai frutti, dai profumi ai fiori, dalle resine profumate agli animali della foresta. Questa bellezza è attrattiva per attirare a sé il suo popolo e godere di Lui.
L’Invisibile, dal braccio forte, è colui che si è rivelato a Mosè sul Sinai; è Colui che lo ha accompagnato nell’attraversata del deserto, è Colui che ha fatto Alleanza e si è legato al braccio il suo popolo con una sposa; è Colui che gli ha dato una terra nella quale scorre latte e miele, nella quale la fertilità e la diversità dei frutti, con le loro fragranze e i loro profumi, sono ancora segno della passione che a parole non si potrebbe esprimere. È, ancora Colui che ha radunato i dispersi e li ha ricostituiti con la dignità di popolo.
Quanto amore da una parte e dall’altra! Come due sposi che si desiderano e si appartengono nel gesto dell’amarsi. Un amore simile è da trasmettere a tutte le generazioni, cominciando da quella futura. È un amore che mai si spegne, perché forte come la morte è l’amore.

Mi viene da esultare perché i cristiani hanno lasciato nella Bibbia questo Cantico. Quello che vale per il popolo della prima alleanza, vale anche per la Chiesa. La Chiesa ama il suo Dio; ha visto di quale amore è stata amata, fino ad dono dell’Unigenito Figlio del Padre, fino all’effusione dello Spirito dell’amore su tutti i credenti. La Chiesa, per suo Dio che ama, compie gesti d’amore come la sposa per il suo sposo. Per il suo sposo crede che la vita senza Dio dovrebbe essere paragonata alla melanconica festa di un matrimonio senza vino sulla tavola.
La Chiesa cammina, fatica in mezzo alle ostilità; la Chiesa dice che il gesto più bello d’amore è la vita: appartenere allo Sposo mediante una vita santa e immacolata. Tanti cristiani offrono la vita al proprio Dio, come dono totale di sé; molti uomini e molte donne si consacrano a Lui e gli rendono grazie con il canto, con la preghiera, con il silenzio carico di sentimenti d’amore come ci insegnato quei santi che chiamiamo "mistici".
E il nostro Dio ama la sua Chiesa, le si rivela, l’accompagna con lo Spirito, le infonde uno spirito profetico con cui leggere le vicende della storia; la invita a entrare- forte del suo amore e della sua presenza – come lievito nella storia perché tutte le generazioni giungano a Lui nella Gerusalemme nuova. La Liturgia diventa, insieme alla santità della vita il momento esaltante, sentimentale, di dono reciproco dello Sposa alla Sposo e dello Sposo alla Sposa.
Anche la Chiesa è sollecita ad annunciare Dio e il suo amore alla prossima generazione e lo fa anche in mezzo alla freddezza, in mezzo all’idolatria della ricchezza, il mezzo alla sordità delle persone. È esaltante amare e lasciarsi amare da Dio! È tanto esaltante, questo dialogo d’amore, che è il "Cantico dei Cantici"!

La Pentecoste

La Pentecoste è un incendio nella storia dell'umanità. È un incendio inestinguibile, perché quel fuoco è Dio in mezzo alle generazioni. Abbiamo riconosciuto la bellezza della creazione e l'abbiamo attribuita alla saggezza di Dio Padre. Abbiamo visto la redenzione dell'umanità da parte del Figlio di Dio Gesù Cristo, della stessa sostanza del Padre. Stiamo assistendo al rinnovarsi della vita dentro le persone e vediamo che ogni persona del mondo e di ogni generazione è sospinta a compiere il bene, a ciò che tende alla riuscita vera e profonda dell'esistenza. Questa creatività e vitalità in ordine alla pace, alla giustizia, all'amore, al dominio di sé stessi l'attribuiamo alla persona divina dello Spirito Santo, che è Signore e dà la vita! Lo Spirito Santo ha invaso il mondo e l'universo umano, con tutte le sue varietà di culture e di arte, di espressioni dell'intelligenza ed è presente in tutti.
Noi che abbiamo celebrato la Cresima lo sperimentiamo e, sapendone le caratteristiche, lo invochiamo e lo conosciamo per nome. Lo Spirito Santo è il primo dono fatto da Gesù risorto ai suoi discepoli (Gv 20,22), ma è stato effuso da Dio sui popoli di ogni lingua e razza, perché l'umanità converga alla propria riuscita agli occhi di Dio.
Lo Spirito di Dio è tanto importante  che ci permette di chiamare Dio con il nome di "Babbo"( Rom 8,15). Tradotto, significa che fa di ogni persona un familiare di Dio, sicuro di essere amato, sicuro di trovare nell'affetto di Dio il sostegno per le scelte più intelligenti.
Lo Spirito Santo  è difensore contro il male e contro scelte che potrebbero rovinare sé stessi e gli altri. Lo Spirito Santo ci ricorda tutto quanto Gesù ci ha insegnato (Gv 14,26). È, dunque, memoria di una Parola che salva e collega l'agire alla riuscita eterna della persona umana.


Vieni Santo Spirito, manda a noi dal cielo un raggio della tua luce. Consolatore perfetto; ospite dolce dell'anima, dolcissimo sollievo. Lava ciò che è sordido, bagna ciò che è arido, sana ciò che sanguina. Piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido, drizza ciò ch'è sviato. Dona, ai tuoi fedeli che solo in te confidano, i tuoi santi doni.
(Dalla Liturgia)

ALLA COMUNITÀ PARROCCHIALE IN OCCASIONE DELL’ACCOGLIENZA DEI BAMBINI ALLA MESSA DOMENICALE

Mi rivolgo a ai giovani per sospingerli a offrire ai bambini una Messa settimanale piena di gioia. Ringrazio chi canta, chi suona strumenti. Invito coloro che sanno suonare e cantare a unirsi al gruppo già esistente perché possa nascere anche un’alternativa al modo con cui oggi gioiosamente celebriamo l’Eucaristia domenicale.
Ma invito anche tutta la comunità a cantare, perché i bimbi sentano che la gioia trova significazione nel canto. Alla Messa non si può "assistere", bisogna diventare protagonisti. Un’Assemblea che canta e che risponde con gioia ed entusiasmo genera fiducia e partecipazione.
Invito anche le persone che sono alla guida della Liturgia della Parola con i bimbi, e che escono per recarsi in una sala attigua alla chiesa, a continuare con gioia a offrire la Parola spezzata appositamente per i bimbi, perché la Parola li possa nutrire e rendere forti nella fede.
Da ultimo mi rivolgo ai genitori dei bambini.


Mi rivolgo ai papà che, a volte sono i più assenti e i meno frequentatori della Messa domenicale. Cristo è anche per voi e non è un personaggio che va bene per i bambini, come i personaggi delle favole! Cristo è salvezza, Cristo è sostegno nella fede perché la vita adulta sia forte, anche in mezzo alle difficoltà. L’impegno professionale, oggi, abbisogna di forza e di costanza. La potete trovare in Cristo e nella Parola di Dio.
C’è una onestà da testimoniare, c’è una fratellanza con le persone da vivere in modo profondo. C’è la capacità di rispondere a più responsabilità della vita: la famiglia, la coppia, la paternità, il mondo della professione, i propri genitori che invecchiano, la vicinanza al mondo della scuola frequentata dai figli, c’è anche un po’ di tempo libero: il tutto da vivere in modo cristiano.
Cristo non può essere un "optional ", ma è una persona fondamentale che può e vuole illuminare la vita. I bambini attendono che il papà li prenda per mano per fare l’esperienza di Cristo e della comunità cristiana. I bambini si sentono forti, quando è il loro papà che li sorregge nella fragilità del dovere.

Mi rivolgo alle mamme e le ringrazio per la tenerezza e la pazienza che usano verso i figli. Le prego di essere insistenti verso il marito, perché il papà si prenda in mano con la responsabilità educativa alla fede promessa nel giorno del Battesimo sulla soglia della chiesa, al momento dell’accoglienza del loro figlio nella comunità che vive la fede. Siate insistenti, non per ottenere che il marito sbuffi una volta di più, ma perché il papà sia papà; esista veramente nell’educazione dei figli , abbia una vera presenza nell’essere davanti ai figli.
La mamma, a volte, ha subìto, pure lei, dei traumi che l’hanno allontanata dalla chiesa e dalla pratica religiosa. La Messa domenicale cui partecipa il figlio è un’occasione per discutere con il prete di questi traumi subiti, per togliere quei nodi che rendono la fede un solo ricordo da bambine.
Quando i bambini hanno in casa i due genitori in crisi di fede e di religiosità si sentono come paralizzati e incapaci di crescere. Non possiamo nemmeno caricare sulle sole spalle di un bimbo la sua crescita religiosa. Saremmo incoscienti a non aiutarli!

Spero che la "festa della Prima Comunione", come si chiamava un tempo, possa toccare il profondo dell’animo e smuovere qualcosa nell’intimo che dia nuovo vigore a ciò che può sembrare avvolto nella cenere e nell’indifferenza.
La Parrocchia di Giubiasco lavora molto per la catechesi e l’educazione religiosa sia dei piccoli, che dei ragazzi, che dei giovani, che degli adulti. Approfittate di queste numerose proposte. Vi facilitano il compito educativo e, la Parrocchia, diventa un vostro collaboratore per la crescita della fede.
Anche per la Cresima non si può lasciare l’adolescente alle sue voglie di piacere. C’è un compito educativo da svolgere anche dentro la loro vita, anche se stanno attraversando la scoperta della libertà. Bisogna aiutarli a non confondere la libertà con il "fare quello che si vuole", perché la libertà è scegliere di compiere quanto devo per essere quello che sono. Mi auguro anche la festa dell’accoglienza dei bimbi alla Messa domenicale diventi uno stimolo di gioia per tutti. Non capita in tutte le Parrocchie che settanta ragazzi entrino a far parte di chi potrà partecipare alla Mensa del Signore!

A cura di don Angelo

È sufficiente la Quaresima?

A volte mi chiedo se l’impianto dell’Anno Liturgico, al quale ci siamo abituati, sia sufficiente per scuotere le nostre abitudini per il solo motivo che la Pasqua si avvicina. Nelle intenzioni dell’autore di tanta prodigalità e di tanta grazia la Quaresima è tempo di conversione dal peccato e dalle cattive abitudini che ci allontanano da uno stile di vita cristiano. È autenticamente bella anche l’intenzione dell’autore: giungere alla Pasqua con cuore rinnovato, con una conversione che rende la testimonianza visibile e credibile. Dice l’autore: "Non vorrai celebrare la Pasqua come vittoria sul peccato e sulla morte con la morte nel cuore e il peccato che ti pervade anima e corpo!". Ma io ho già il timore per me stesso che frequento la chiesa ogni domenica e ogni giorno feriale. Ricevo stimoli dalla Parola di Dio, dalla predicazione, dalla Via Crucis, dal venerdì dedicato alla croce di Cristo, dall’ambiente di digiuno e di penitenza che mi do come stile dei quaranta giorni.
Ma mi chiedo: e i battezzati, i cristiani che non frequentano più la Messa domenicale (tantomeno  quella feriale!) come possono entrare in uno spirito di conversione? La cronaca non aiuta. È monotona anche quella! Non ci sono più avvenimenti forti, come dovrebbe essere forte l’avvenimento della Pasqua a livello religioso. Quasi quasi si deserta anche la Messa nella "cena del Signore" al Giovedì santo; si deserta l’adorazione della croce al Venerdì santo, alle ore tre del pomeriggio, ora della morte del Cristo sul patibolo della croce. Non parliamo della bellissima veglia pasquale che viene tacciata di essere lunga, invece che grande! Cosa ci vorrà mai per scuotere la vita e darle la mossa per un entusiasmo di credenti?

A mio modo di vedere ci vuole la povertà e il silenzio della meditazione.

La povertà, virtù rara quando ci si trova in mezzo all’esaltazione della ricchezza o dentro il benessere, è quella virtù che ci fa sentire bisognosi di Dio. È uno stato d’animo che è simile all’amore quando si sogna di essere tenuti in braccio. Ognuno che viene tenuto in braccio – ed è commovente provarlo – non tocca terra, nemmeno con i piedi. È in balìa dell’abbraccio e della persona che sorregge tra le braccia. È un’esperienza d’amore commovente perché ci si sente in braccio ad una persona che ci ama e che, in quel momento, è colei che ci sorregge con l’amore, più che con le braccia. Solitamente è un abbraccio che ci fa accartocciare sulle ginocchia dell’altro, quasi si voglia riprendere la posizione fetale e sentirsi tra le braccia della mamma, la prima persona che ha osato tenerci tra le braccia. Esse poveri è questa esperienza nei confronti di Dio. Dio il forte, Dio che ci ama, Dio che fa sentire il suo amore senza confine. Dio che ci trasmette il calore della sua presenza d’amore!

Poi occorre la meditazione.
Credo che se non troviamo il tempo di lasciar entrare nel profondo di noi le sensazioni dell’amore la nostra vita non diventerà mai profonda. Ricordo che in un cammino attraverso il bosco, nella solitudine individuale, ho provato la gioia di far parte di una comunità umana che è la famiglia e poi il mondo.
C’è bisogno di meditare per accorgersi del cambio della stagione e del suo valore per la natura, come c’è bisogno di sentire la fortuna di avere una parentela e una comunità nella quale si vive e si fa crescere la fede. Senza meditazione tutto resta nelle orecchie o nell’intelletto, ma non scende nel cuore per cambiare la vita. È infatti ciò che penetra nel cuore a cambiare la vita. Lo si capisce, lo si ingurgita e lo si digerisce come una convinzione che cambia da subito il modo di vivere.
Anche la meditazione non è di moda in una generazione che ha fatto del correre la sua bandiera. Ho assistito a una Via Crucis per ragazzi durante la quale una fila di ragazzi, seduti nello stesso banco di chiesa,  hanno parlato tutto il tempo tra di loro. Nemmeno hanno ascoltato i loro compagni lettori. Nemmeno sono "entrati in materia". La meditazione invece insegna a compiere una cosa per volta e a essere presenti a quella cosa con tutti i sensi. Allora la presenza diventa totale e arricchente. Allora il contenuto del pensiero entra nel cuore e cambia la vita.
Non desidero nessuna catastrofe che faccia pensare. Non mi auguro che venga la guerra per provare cosa siano la povertà e la meditazione. Mi auguro che la povertà e la meditazione siano una decisione di tanti per poter convertire la vita all’amore e a Dio. Questo mi auguro. Ma bisogna VOLERLO!

don Angelo


MEDITARE LA VIA CRUCIS


Tutti gli scrittori dei Vangeli hanno scritto, dopo i miracoli e i discorsi di Gesù, con un genere letterario proprio, il racconto della Cena, dell’arresto di Gesù per opera di Giuda, i processi davanti ai tribunali ebraico e romano, la condanna, la flagellazione, il cammino verso la morte in croce portando il patibolo, la crocifissione, la morte e la risurrezione di Cristo. Perché? Perché se non contempliamo la passione e la morte di Gesù non comprendiamo Gesù.
Gesù è comprensibile solo a chi ha il coraggio di contemplare questo modo di donarsi al peccatore, questo modo di fedeltà totale alla volontà del Padre suo, questo modo dell’innocente di mettersi nelle mani dell’uomo ingiusto e peccatore. E sì! se guardiamo a Gesù come maestro fantasioso e convincente, uomo che i poveri inseguono perché uomo di speranza, se guardiamo a Gesù che insegna chi sia l’uomo e chi sia Dio, l’invisibile, diventa attraente, ma questo tipo d’attrazione potrebbe essere anche frutto genetico e vertice umano di virtù e di qualità. Invece porsi davanti alla incomprensione dei discepoli che abbandonano e tradiscono, porsi davanti al tradimento e tacere perché avvenga ciò che è scritto nelle Scritture non è di tutti. È di uno solo: di Dio fatto carne come noi!
L’arresto e la mitezza di Gesù che chiama Giuda "amico" è solo di colui che desidera vincere con l’amore. Le ingiuste accuse, pronunciate con il gesto finale dello stracciarsi le vesti del sommo sacerdote è un incalzare di falsità che è solo simile a chi si vendica con la violenza davanti a un nudo impotente. È lo stupro della verità con la violenza della parola e della flagellazione, perché in ogni stupro c’è versamento di sangue. In ogni stupro vengono minacciati la vita e l’amore. In questo essere stuprato dalla falsità e dalla violenza di gruppo Gesù mostra un silenzio che fa crollare ogni interrogativo. Mentre egli viene violentato nella verità – Dio è verità – uno, Pilato, si domanda: " che cos’è la verità?"; l’altro, Pietro, rinnega la verità di essere discepolo; Barabba, assassino, viene liberato al posto di Colui che dona la vita.



I sommi sacerdoti gridano: " crocifiggilo! …se non vuoi essere ricattato proclamandoti nemico di Cesare! Crocifiggilo!", davanti alla domanda: "ma che male ha fatto? In queste scene vi è un vortice paragonabile a quello di un ciclone che tutto devasta. Ma non è il ciclone dell’ingiustizia nei confronti di Cristo, è il ciclone dell’amore di Cristo per l’uomo, che è infedele e falso davanti alla sua verità di essere nato da Dio, di essere fatto per Dio e che a Dio si ribella.
Quando meditiamo poi sul dolore e sulla morte che Cristo vive come Dio-uomo allora la nostra mente perde le sue logiche: perde e si perde. Perde sicurezza perché ogni morte viene dal male a mai da Dio; si perde perché non riesce a comprendere che vi possa essere redenzione e salvezza dentro la morte. L’uomo ritiene la morte solo una perdita: perdita di dignità, perdita della vita, perdita dei sensi con cui si percepisce bella la vita; perdita di parenti e di amici. Mai l’uomo giunge alla certezza che, perdendo la vita, Dio in Cristo riesce a trasfondere vitalità e salvezza. Eppure Cristo aveva usato la natura per dire che questa perdita è vita. Aveva parlato di chicco che caduto in terra, se non muore, non può portare frutto. Ma se muore produce vita e raccolto abbondante.
Per noi l’esempio era troppo semplice.  Invece la persona di Cristo è il seme che perde e dona la vita e la dona in abbondanza. La sua morte è per noi gioia come del contadino che vede rinverdire di steli il campo che ha seminato e sogna già il raccolto, frutto del sole e delle piogge, non del suo lavoro. Egli entra in scena solo quando il grano è maturo. Tutto è lavoro di Dio. Così è della salvezza. Tutto è lavoro di Dio. L’uomo gode quando si trova perdonato e…non ha fatto nulla per esserlo! Si troverà circondato nella gloria di gioie infinite e lui, l’uomo, non aveva mai visto, prima, altro che finitezza e limite.

Dopo la morte di Cristo si può meditare sulla sua risurrezione e intuire che Dio, dando la vita attraverso la morte, non poteva restare Lui nella morte. Doveva scegliere di partecipare alla festa della vita. Sì, perché il merito della vita e della salvezza è suo, non nostro. Come sia la risurrezione non è dato di sapere. È mostrarsi; è certezza d’amore; è modo di chiamare con tenerezza come ha fatto Gesù con Maria fuori dal sepolcro. È gioia di mangiare per festeggiare la presenza della vita. È apparire per confermare. È risorgere! È gioire! È restare nel timore perché troppo grande è stato quell’amore!

Meditando il cammino della croce mistero, nell’avanzare dell’avvenimento, si incontrano persone che percepiscono il mistero.  
Pietro  piange per dire che le lacrime parlano d’amore. Giuda restituisce il prezzo del tradimento come a dire anche dalla violenza è vero che si può tornare. Le donne sul cammino sbagliano obiettivo nel piangere: "non piangete su di me, ma su di voi!", perché ognuno si renda conto che l’amore è la parte che tutti hanno ed è il luogo dove abita Dio. E questo luogo è dentro se stessi. L’uomo di Cirene aiuta a portare la croce da obbligato e non per sua libera scelta, perché Lui, il Cireneo, tornava dai campi e aveva visto con occhio limpido che il grano era spuntato perché il chicco era morto sotto la terra. L’uomo che sulla croce difende il Cristo come innocente e si dichiara giustamente colpevole per aver compiuto il male, si trova in compagnia di Cristo lo stesso giorno, prima del tramonto del sole, nel Paradiso. È il simbolo e la testimonianza che dalla morte nasce gratuitamente la vita e la vita eterna.
E, da ultimo, c’è il silenzio di Maria e di Giovanni che stanno aperti a gustare, senza parole, l’avverarsi della salvezza. Perché Dio salva da sé, senza l’uomo. Salva perché ama e dona tutto ciò che possiede non essendo altro che Amore. Dio, infatti, fa crescere il grano nel silenzio per dare il pane all’uomo come segno d’amore. È nel silenzio che Dio fa crescere l’erba perché sia nutrimento d’amore agli armenti. È nel silenzio siderale che l’uomo percepisce di essere amato e visitato, solo Lui, in mezzo allo spazio infinito.È nel silenzio dell’uomo che la persona percepisce che tutto è dono di Dio. Quel silenzio è simile al sonno di Adamo al momento della creazione di Eva, perché, anche lei, è dono. Il cristiano che medita ascolta. È pure lui nel silenzio di chi tutto riceve. Riceve a bocca aperta per la meraviglia. Non ha parole se non il desiderio di offrirsi come risposta santa al suo Dio Amore.

Questa è la mia ricchezza nel meditare ogni venerdì  la VIA CRUCIS nelle sue 14 o quindici stazioni. Per questo ho il coraggio di dirti: "Vieni. Presentati alla meditazione. Hai di che meravigliarti"!

don Angelo.


L' UNZIONE DEI MALATI

Celebrare il sacramento dell'Unzione dei malati - la nostra parrocchia lo celebra in occasione della festa della Madonna di Lourdes - ha due caratteristiche.
La prima è quella di unirsi come persona sofferente alla sofferenza del Cristo sulla croce. Questa unione permette a Cristo di entrare dentro la sofferenza della persona e compiere la guarigione, aprire la sofferenza al valore di redenzione per i peccati del mondo e, ancora, aprire la persona alla salvezza eterna.
Non possiamo "offrire al Signore la sofferenza". Egli non desidera affatto la sofferenza. È entrata nel mondo a causa del peccato, non per il desiderio di Colui che ha creato l'uomo e la donna a immagine e a somiglianza di Dio!
Possiamo appunto aprire la sofferenza perché Cristo vi entri e la faccia esplodere verso il bene. Il bene è il perdono, il bene è la salvezza, il bene è la redenzione dei peccati del mondo., il bene è l'unione con Dio.
Certo! questa è l'opera di Dio! Una meraviglia i nostri occhi!

Nella celebrazione del sacramento dell'Unzione, celebrata con partecipazione e con la fede, il malato è il primo ad usufrire del perdono delle proprie colpe. Poi, mi piace sottolinearlo, il Signore offre perdono e redenzione a tutti i familiari che partecipano alla celebrazione. Dio mostra la sua misericordia nella circostanza stessa di essere presenti ad assistere il malato.
La casa diventa un tempio santo in cui Dio compie le sue meraviglie. Nella circostanza che tutti temono come presenza della morte, la presenza di Cristo e della potenza dello Spirito Santo trasforma l'abitazione in tenda che attende di essere ripiegata per vivere in una dimora preparata da Dio nei cieli, incorruttibile. Il corpo stesso del malato e del moribondo è tenda fragile che sta per essere avvolta e ripiegata, affinché abbia inizio il viaggio verso l'abitazione eterna, non più costruita dalla mano dell'uomo!
Stessimo fuori della casa in cui si è celebrato il sacramento, avessimo gli occhi che guardano "agli infrarossi della grazia" vedremmo questa meraviglia che è splendore e avvicinarsi della gloria di Dio. Faremmo, vedendo agli infrarossi della grazia, come Mosé: ci copriremmo gli occhi per paura di morire nel vedere faccia a faccia il volto di Dio.

La seconda realtà che celebriamoè la Comunione dei santi. È festa di comunione con la fede della Chiesa tutta che fa riferimento alla straordinaria potenza della Croce di Cristo nel pregare per la guarigione del malato, per il perdono delle sue colpe e per la partecipazione alla gloria quando il defunto emanasse l'ultimo respiro.
Se il malato fosse ancora cosciente e capace di deglutire sarebbe opportuno porgere al malato l'Eucaristia come ultimo sacramento della vita. Cristo è, infatti, il Pane della vita eterna, è il Pane per il viaggio, è pegno della risurrezione dai morti; è pegno della partecipazione alla gloria. Cristo è il nostro difensore presso il Padre, è l'oggetto della lode perenne al Padre per essere stati da Lui redenti e salvati dalla morte.
Il sacramento dell'Unzione dei malati è un bel sacramento, che ogni malato deve saper chiedere e desiderare che Cristo sia la sua forza e la sua speranza.


Dio viene incontro alla tua stanchezza

Lo sapevi che hai una Dio grande, grande? Egli è tanto grande e tanto potente che ogni sera accende le stelle nel cielo. Le chiama tutte per nome e, quando le accende, non ne manca nemmeno una all'appello.
Inoltre egli è il creatore di tutta la terra. Egli non si affatica né si stanca; la sua intelligenza è inscrutabile!
Egli dà forza allo stanco e moltiplica il vigore allo spossato. Anche i giovani faticano e si stancano; gli adulti inciampano e cadono; ma quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono le ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi (Is 40,25-31).


Hai mai pensato di essere stanco? Cosa ti stanca? La ripetizione della monotona giornata? Ti stanca il lavoro? Sei stanco di ripetere sempre le stesse cose perché non vedi mai nulla mutare?
Ci sono popoli che sono stanchi della dittatura. Altri sono stanchi di essere sfruttati dal commercio iniquo. Altri sono stanchi di attendere che il governo migliori le situazioni civiche.
Insomma dalle tue stanchezze di libera il Signore se lo accogli. Se lo prendi con te moltiplica il tuo vigore e metti ali come un'aquila. Anche Gesù ha proclamato:  "Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi e io vi ristorerò".
Come fa a darmi vigore?
Mi abbraccia. Mi mette le mani attorno al collo e sta lì ad ascoltare il calore d'affetto che mi manca. Sta lì con le sue braccia a ricordarti che anche la tua mamma ti ha tenuto in braccio o ti sei addormentato, stanco, tra le sue braccia...e più di una volta.
Queste braccia attorno al collo non sono un giogo che opprime, ma sono come un giogo che rafforza nella stanchezza. "Venite a me voi tutti, che siete affaticati e oppressi e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imperate da me che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico è leggero" (Mt 11,28-30).
Siamo tutti stanchi da qualche parte della nostra persona. Cristo viene nel Natale. prendilo dentro di te e lasciati abbracciare. Anzi...diglielo tu, che ti senti stanco. "Tienimi in braccio, dai!"

INCONTRO CON I GENITORI DEI RAGAZZI DEL SECONDO ANNO CRESIMA 20.01.2014

L’incontro che tengo ogni anno desidera coinvolgere i genitori nell’aspetto educativo dei giovani, in quanto la continuità della catechesi che caratterizza la nostra parrocchia vuole avere la pretesa di formare una mentalità cristiana e non solo preparare la celebrazione della Cresima.
In secondo luogo esprimo un grazie ai genitori presenti perché, agli occhi dei loro figli, offrono la certezza che i genitori apprezzano che il figlio si accosti allo Spirito Santo celebrando la Cresima. Infatti la cresima non è tanto un rito, ma un incontro con Dio che offre il suo Spirito che serve ad ogni uomo per capire Dio, per scegliere solo il bene e per dare testimonianza alle persone che è bello vivere la fede nel Cristo che ci ha salvati.

Il tema che gradirei presentare è l’educazione alla non violenza.

La prima convinzione da proclamare davanti ad adolescenti e giovani è che
LA VIOLENZA È UN NON-VALORE.

Alcune espressioni che ci sfuggono di bocca dicono, invece, il contrario. Dall’ "Ha fatto bene"! a "Ci vuole il mitra per certa gente!". È sotto gli occhi di tutti che la violenza è in stretto contatto con la
"LIBERAZIONE". L’antidoto alla violenza è dunque l’educazione alla libertà.

- Ab
ituarsi al contradditorio. Per definizione il contradditorio è ciò che uno dice contro un altro. È normale che ci sia il contradditorio. Purtroppo i media non pongono più la persona davanti nel contradditorio. questo ci rende indifesi contro i modi di reagire dell’altro.
Abituarsi al contradditorio porta a scegliere con saggezza e anche a farsi una idea propria sapendo sostenerla anche contro l’opinione contraria degli altri
-
Adattarsi alle norme sociali. Le norme sono le leggi provocate dallo stile di vita che ci circonda. Non sono regole fuori di testa. Se sono state emanate hanno una loro storia e una loro logica. Si può vivere senza il rispetto delle leggi convenzionali (portare il segno del lutto sul vestito), ma non si può vivere fuori dalle regole importanti che regolano i rapporti tra le persone e le persone, tra le persone e le cose (dal semaforo fino alle responsabilità sul lavoro!).
L’adattamento alle regole sociali è sinonimo di socializzazione. Socializzare è entrare in rapporto con le persone nella loro diversità culturale, di lingua e di abitudini. Nel socializzare imparo a rispettare le regole e le abitudini del luogo in cui vivo o passo le vacanze.

-
Cercare di apportare valori al fine di cambiare la società dove non piace. Ogni epoca trova che le leggi del passato vanno strette alla popolazione di oggi, perché sono cambiati i tempi e le abitudini. Per questo ogni persona è chiamata a portare i suoi valori con uno stile di vita opposto alle situazioni che non calzano più.

Tre esempi:
Vi sono persone che stimolano e vivono il volontariato davanti a chi agisce solo e sempre per soldi!
Vi sono persone che non tengono in casa il televisore per opporsi a modi di divertimento che sono statici e diseducativi per i figli.
Vi sono persone che fanno un figlio in più piuttosto che dedicare gli affetti agli animali o al quieto vivere.

Per fare questo OCCORRE MOLTO SENSO CRITICO.

La lotta alla violenza si fa:

- aumentando il senso critico. Il senso critico avviene nel dialogo in casa sulle situazioni più disparate della vita quotidiana. Si discute per giungere alla conclusione di qualcosa che è nella logica e nel sensato. Si impara a ragionare sulle premesse e sulle conseguenze di un fatto. Si giunge a una deduzione che si fa convinzione. Per questo tragitto che porta alla convinzione il dialogare non sarà il semplice chiedere il parere, ma un vero approfondimento che esige tempo e ascolto. E l’ascolto non è solo quello fatto con le orecchie tacendo quando un altro parla, ma sarà anche il tempo necessario alla digestione di quanto detto nel dialogo.
-
Vivendo scelte culturali che valorizzano le persone e le cose, senza usare il conflitto e il litigio. Andare a vedere un film, una mostra, ascoltare un dibattito o una conferenza su un tema particolare porta acqua al mulino delle differenze e al confronto su di essere. Si impara a vedere il punto di vista e le esigenze degli altri. Si impara a dare valore a ciò che di nuovo può rendere la persona più libera.
Ci si domanda se tutti i film nei quali il protagonista usa la violenza per risolvere i suoi problemi siano davvero educativi contro l’uso della violenza!

Sarebbe bello che il
traguardo finale dell’educazione alla non-violenza delle persone giungesse alla loro

COMPETENZA come saper vedere un argomento sotto tanti punti di vista
PARTECIPAZIONE come metterci del proprio per sperimentare la lentezza e la sofferenza delle trasformazioni
AZIONE intesa come tradurre in gesti le proprie convinzioni.

(a cura di don Angelo)

Un pensiero per la settimana di preghiera per l'unità dei cristiani

È vero che la disunione tra i cristiani è una colpa grave della Chiesa, perché Gesù ha pregato per l'unità dei suoi discepoli. Non siamo stati capaci di mantenere l'unità tra di noi! L'unità è frutto della fatica di "voler stare insieme". Questo benedetto verbo "Volere" che è frutto della libertà di comandare a se stessi di compiere una scelta, oggi è poco di moda.
Già Erich Fromm rimproverava al nostro tempo di aver dimenticato, nell'amore, il verbo "VOLERE", perché, asseriva giustamente, anche l'amore, frutto della libertà, ha bisogno di un quotidiamo: "Oggi voglio volerti bene".
Dunque rimanere uniti non è una cosa spontanea, perché non è spontaneo restare uniti tra diversi, tra culture diverse, tra chi è avanti e chi vuol restare in dietro. L'unità bisogna volerla. Anche la famiglia di oggi fatica a "VOLERE" essere unita, ma bisogna "volerlo" davanti ai figli che percorrono strade diverse, che vivono a orari diversi, che vivono in luoghi diversi.
Di "spontaneo", oggi, non viene più nulla: né l'amore, né l'unità. Io ritengo bello che davanti alla settimana di preghiera per l'unità dei cristiani ci poniamo il pensiero di definire DOVE È BELLO CHE CI SIA L'UNITÀ. Sapessimo contemplare la bellezza dell'unità non andremmo a romperla! Sapessimo considerare la felicità interiore che produce l'unità, faremmo di tutto pur di non perderla!
Credo che questa settimana di preghiera per l'unità ci inviti a pregare per mantenere la nostra unità: quella che sperimentiamo nell'affiatamento di coppia, nella fatica di stare insieme tra tutti i membri della famiglia. Ci dobbiamo rallegrare quando cantiamo, a casa, la medesima melodia di una canzone, perché è segno di unità. Ci dobbiamo rallegrare per l'unica scala che percorriamo, sia salendo che scendendo, perché è l'unico tragitto che percorriamo tutti, anche se a orari diversi.
Ci dobbiamo rallegrare se riusciamo a mettere in tavola i piatti del medesimo servizio per tutti i commensali, anche se ognuno mangerà in un piatto diverso.
FACCIAMO UNA FESTA.
Invito tutti a voler inventare una festa di famiglia per celebrare la fatica di VOLER STARE INSIEME. I genitori organizzano un pranzo in un ristorante scelto da loro. I figli organizzano il pomeriggio, nella zona prescelta, per stare insieme, tutti, genitori e figli, per vivere anche una stravaganza..., ma pur di essere insieme!

don Angelo


IL DISTURBO DI TUTTA LA CITTÀ
Riflessione sull'Epifania

Si racconta nel Vangelo di Matteo che la visita dei Magi provocò una reazione: "Il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme" (Mt 2,3). Una simile reazione ci sarà al momento dell’ingresso trionfale di Gesù alla vigilia della sua Passione " tutta la città fu presa da agitazione" (Mt 21,10). Questo aspetto emotivo non appare quasi mai sottolineato, perché non riflettiamo mai abbastanza sul fatto che Cristo, quando è accolto, non lascia indifferenti. Mette in subbuglio la vita. Ci trasforma in circoncisi nel cuore, invece che nella carne. Ci cambia la vita e non ci lascia più come prima.
La Chiesa deve riflettere su questa agitazione provocata da chi cerca il Cristo, per non rimanere in una monotonia spenta di ogni entusiasmo. Cristo è sempre una novità e, come tale, provoca un rinnovamento. A Roma vive una persona "venuta quasi dalla fine del mondo" che con la sua adesione a Cristo nei poveri  e con l’annuncio di Dio fatto di misericordia lascia una scia di meraviglia e crea turbamenti in tutta …la città! Il  turbamento consiste nel vedere sgretolarsi i privilegi, nel mettere in seconda linea il ruolo e in primo piano il servizio. Cristo ha scombussolato gli apostoli che discutevano chi tra loro fosse il più grande proclamando che il più grande è colui che serve (Mc 9,35).
L’amore di Cristo, che giunge fino a dare la propria vita per gli uomini sulla croce, scombussola ogni altra forma d’amore. "Erode e con lui tutta Gerusalemme" chiede alla Chiesa, a ogni battezzato, di turbarsi davanti alla ricerca religiosa della gente di oggi. Non possiamo restare arroccati nelle nostre sicurezze, né possiamo continuare con forme religiose devozionali. Siamo chiamati a ricercare la centralità di Cristo e una fede forte derivante dall’amore e dalla consacrazione a Colui che ci ha redenti. Molte forme devozionali o sentimentali svuotano la fede nel Cristo e diventano anche una cattiva testimonianza davanti alla tematica dell’ecumenismo.
Viviamo un cristianesimo di facciata, svuotato dei suoi contenuti perché non troviamo il tempo, specialmente come adulti, per rafforzare le conoscenze nella catechesi o nell’approfondimento dei documenti ecclesiali. Siamo meravigliati dell’attrazione provocata dal parlare semplice di Papa Francesco, ma ogni volta che troviamo uno scritto della Gerarchia abbisogna il vocabolario per comprenderlo. Riteniamo che l’annuncio di Cristo ai popoli e alle culture della Terra debba scombussolare loro, gli uditori dell’annuncio. Invece i Magi ci chiedono di rimanere scombussolati noi dalla loro ricerca. Siamo noi a rimanere immobili davanti a Cristo che nasce e che è il Re dei re. Loro cercano, camminano, affrontano le fatiche del viaggio e l’incognita di una terra mai visitata prima. E noi?
Nel nostro piccolo della famiglia, come genitori e adulti, siamo interrogati dal cammino dei figli verso il Cristo nella Prima Comunione o nella Cresima, ma non ci interroghiamo. Restiamo fissi sulle nostre posizioni di scetticismo davanti al Cristo. I Magi sono i bambini della nostra casa che vanno alla ricerca di Cristo. I Magi portano il vestito del malato che va, per gravità di malattia, incontro a Cristo. Rimaniamo indifferenti o lontani, per apparire a morte avvenuta. Ci sono giovani che si accostano a una fedeltà d’amore nel sacramento del matrimonio nella quale giurano fedeltà a Cristo nella persona dello sposo e non andiamo in subbuglio davanti all’esteriorità del giorno nuziale, perché manca quasi sempre un cammino spirituale verso Cristo e la Chiesa della quale la sposa è immagine.
La solennità dell’Epifania ha aspetti di poesia e aspetti inquietanti, perché Cristo è poesia e inquietudine. Cristo è poesia perché racchiude la Parola di Dio e la bellezza di Dio. È inquietudine perché Dio, fattosi di carne, in mezzo a chi è fatto di carne, vuole portare l’uomo alla ricchezza divina e alla vita eterna. Vuole portare l’uomo a non vivere di carne, ma secondo lo Spirito. Ogni altezza dà le vertigini! Anche la nostra grandezza regalataci da Cristo dà le vertigini.

(
a cura di don Angelo)

ASSOCIAZIONE VEDOVILE  –  Giubiasco 16 novembre 2013
(don Angelo Ruspini)



Giovanni Pascoli: Novembre

Gemmea l'aria, il sole così chiaro
che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo l'odorino amaro
senti nel cuore...


Ma secco è il pruno, e le stecchite piante
di nere trame segnano il sereno,
e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante
sembra il terreno.


Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
odi lontano, da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile. E' l'estate
fredda, dei morti.


Vi è inizialmente un'immagine primaverile (gemmea l'aria - il sole è così chiaro): l'immagine di una giornata soleggiata nel mese di novembre, durante la cosiddetta "estate di S. Martino". Ma ciò che il poeta vuole realmente rappresentare è la breve illusione della felicità (i punti di sospensione che chiudono la prima strofa però interrompono questa illusione e segnano una forte pausa). Nella bella giornata autunnale, la luce del sole e l'aria limpida danno per un istante l'illusione che sia primavera. Ma subito ci si rende conto che le piante sono secche e spoglie: la seconda strofa ha infatti inizio con una forte avversativa "Ma", che segna un netto rovesciamento della situazione precedente. E' il ritorno alla realtà dopo quell'illusione di dolcezza primaverile. E' la realtà autunnale, triste, evidenziata con queste parole "secco -stecchite- nere - vuoto - cavo", che tutto intorno è vuoto, è silenzio e silenzio, non ci sono i rumori gioiosi della vita. Allo stesso modo, ci vuol dire il poeta, la dolcezza dell'infanzia e della giovinezza dura poco e presto si rivela essere un'illusione. Sulla vita dell'uomo incombono tristezza, silenzio e morte.
La realtà di morte viene confermata nella terza strofa che si conclude con la parola "morti", preceduta da parole-chiave che contengono un significato di vuoto, solitudine: silenzio, solo, lontano, fragile, fredda.
Da un punto di vista sintattico sia la prima che la terza strofa iniziano con una frase senza verbo (ellissi) "gemme a l'aria" - "il sole così chiaro" che crea un senso di sospensione e di mistero a cui il poeta dà spiegazione solamente alla fine della poesia "E' l'estate, fredda, dei morti". Questo senso di ansia e di incertezza è dato da una sintassi sempre più frantumata e da un ritmo sempre più spezzato da pause. Questa tecnica mette in risalto la singola parola, che viene quindi caricata di un particolare significato. Pascoli anticipa qui le sperimentazioni che caratterizzeranno la poesia di Ungaretti. Il ritmo della prima strofa è disteso, rapido e allegro, è interrotto da una pausa solamente alla fine del secondo verso; poi le pause diventano sempre più forti e lunghe.

L’inizio di questo nostro incontro aveva la pretesa di ricordare la persona defunta che vi ha lasciato e ricordare con la poesia che anche la morte ha un invadere nell’intimo. È una presenza che la poesia ha sempre vista rivestita di tristezza.
La nostra riunione invece non è soltanto questo tipo di ricordo. Desidera portare nutrimento alla solitudine e alla tristezza per trasformarli , dopo il necessario trascorrere del tempo, alla gioia di vivere e alla sicura capacità di credere in se stessi nonostante l’assenza della persona defunta.

Partiamo dunque dalla visita al cimitero che molti di noi hanno compiuto con una variazione di sentimenti tali da sentirci anche occupati da una varietà di modi di percepire sia la morte, sia la vicinanza degli altri, sia la curiosità o l’incontro con altri parenti.
Prima sottolineatura: siamo un vaso fragile che contiene molti sentimenti. Lo siamo sempre stati, ma, prima, avevamo la gioia di dirli espressamente e verbalmente con il partner deceduto. Oggi ci possiamo rallegrare di essere persone altrettanto sensibili di prima e capaci di provare tanti sentimenti uno vicino all’altro e tanto diversi tra loro.

Un secondo accento lo poniamo sui ricordi di momenti belli vissuti con il coniuge defunto. Anche la poesia di Pascoli li mette in luce nella prima strofa (il sole, le gemme i profumi). Poi descrive la realtà della solitudine con il movimento di caduta delicata delle foglie secche.
Credo che questi sentimenti sono di tutti e ci dobbiamo allenare a cogliere la fiducia che ci abita ricordando come abbiamo amato, assistito e curato il partner defunto. Nella vita come nella malattia siamo stati protagonisti. Se abbiamo fatto bene ci meritiamo da noi stessi una lode. Non abbiamo bisogno che altri ce lo dicano! Tanto più che la morte non è stata provocata da noi e quindi non può essere vissuta come una sconfitta  o come risultato negativo della nostra presenza. Una delle fasi di depressione  che pervade alcune persone nella vedovanza è originata dalla autoconvinzione che avrebbero dovuto fare ancora qualcosa in più per tenere in vita la persona. Ma noi chi siamo davanti alla morte? Che grado di onnipotenza ci diamo? Che senso di rispetto per la professionalità dei medici abbiamo messo in atto?
Credo che per vivere bene dopo la morte di una persona ci dobbiamo sentire persone con i nostri limiti e non… più onnipotenti di Dio! La nostra fede cristiana ci interroga sull’immagine di Dio che ci siamo fatto. Un Dio che ama con la sua presenza o un Dio che compie i miracoli non possibili nemmeno a Lui? La morte ci rammenta la nostra povertà dovuta al fatto di aver accolto come partner una persona con i suoi limiti. Tra i limiti, oltre alla possibile sterilità e alla malattia, c’è anche la caducità e la morte. Chi  accoglie insieme al partner anche il Dio di Gesù Cristo, che è il Vivente, solo allora ha la certezza di ricevere da Lui vita, vita eterna e risurrezione dalla morte. Per questo la testimonianza della nostra fede nella stagione della vedovanza diventa testimonianza della bellezza di aver accolto Dio e di amarlo perché sorgente di vita anche oltre la morte.
La vedovanza è un momento nel quale ci viene posta la domanda se abbiamo accolto anche Dio nella nostra vita o soltanto il partner.
La vedovanza è contemplazione solitaria davanti allo specchio in cui dobbiamo imparare ad ammirare noi stessi senza il giudizio degli altri.
La coltivazione dell’autostima parte dai parametri con cui noi stessi definiamo una persona retta, buona, responsabile, equilibrata. Fin da bambini abbiamo ricevuto lodi dai nostri genitori nei momenti in cui aderivamo alle loro aspettative. I nostri genitori ci hanno insegnato che l’onestà e la responsabilità nei nostri impegni sono caratteristiche della persona matura e equilibrata. Nell’adolescenza abbiamo atteso le lodi dei genitori e degli amici per sentirci corrispondenti alla rettitudine. Anche nella vita di coppia forse abbiamo ricevuto lodi per il modo di stirare, per l’arte culinaria, per l’attenzione che abbiamo offerto allo sposo/alla sposa, o ai suoceri. Oggi siamo chiamati ad autostimarci per quello che siamo noi come persona, come individuo, senza più attendere il compiacimento del partner. Ci dobbiamo rendere conto che non siamo delle persone… finite, delle persone… incapaci, delle persone… inette. Siamo persone che forse hanno ancora qualcosa da imparare dalla vita per quanto attiene la capacità di aderire alle nostre ricchezze interiori. Siamo diventati più indipendenti e più solidi nell’autostima e nell’indipendenza!
Anche la stima della interiorità e della fede religiosa che viviamo è uno dei capitoli dell’autostima. Ci dobbiamo rallegrare di essere capaci di dialogare con Dio, di entrare in comunione con Dio nella meditazione e nella preghiera. Ci dobbiamo rallegrare per l’opera che Dio ha svolto in noi facendoci madre o padre. Ci dobbiamo rallegrare per il lavoro che Dio ha svolto in noi ridonandoci la capacità di vita dopo la morte del partner. Ci dobbiamo rallegrare di far parte di una Chiesa che vive in questa generazione, con tutte le sue ricchezze e le sue difficoltà. Ci dobbiamo rallegrare se abbiamo una relazione con Dio che ci porta a cantare alla domenica per la presenza alla Messa festiva.
Maria di Nazaret ci è di modello. Davanti a Elisabetta ha esaltato il suo Dio che aveva fatto di lei, umile donna, una donna grande nella quale si possono vedere meraviglie annunciate dai profeti e finalmente realizzate.
Questa gioia di autostima è l’insegnamento che abbiamo ricevuto dal Cristo. Non è il parere degli altri a guidare la nostra vita, ma il giudizio che Dio dà sulle cose e sulle situazioni. Il richiamo a vivere secondo coscienza è un richiamo alla gioia interiore, perché ognuno di noi si possa sentire in pace con se stessi e davanti al Signore Dio.



PREGHIERA NELLA VEDOVANZA

O Signore, hai chiamato a vivere presso di te e con te( mio marito/ mia moglie) e nessuno mai
potrà sostituire la sua presenza accanto a  me.
Mio Dio ti ringrazio per gli anni passati insieme. So che comprendi il mio dolore, perché sei stato accanto alla vedova di Nain.
Signore ti chiedo la forza di sorreggermi nella mia solitudine, senza perdermi in nessuna tristezza.
Aumenta la mia fede per farmi capire meglio il senso dell’esistenza: "non abbiamo quaggiù una città stabile, siamo pellegrini che vivono nella provvisorietà della tenda, in cammino verso la patria celeste" (Ebr 11,13-16; 13.14).
Accogli nella contemplazione del tuo volto il mio caro sposo/la mia cara sposa / perdonando tutti gli errori
che possa aver commesso durante la sua vita terrena.
Accogli il dolore della mia solitudine per l’espiazione dei suoi possibili peccati.
Signore a me hai donato ancora tempo, forze e responsabilità. Ti ringrazio per la fede che mi hai donato, per il senso di responsabilità che hai risvegliato in me. Voglio impiegarli a servire Te, ad aiutare gli altri con sereno coraggio.
Confido nella vicinanza della mia famiglia e la vedo come un segno della tua vicinanza.
Ti ringrazio per avere una comunità in parrocchia con la quale esprimere la mia fede.
Ti ringrazio per ricevere dai fratelli nella fede, coraggio e consolazione.
Signore dammi la tua pace e la gioia di lavorare per Te sapendo che ogni giorno mi rende più vicino all’incontro con Te e con (nome marito/moglie) e con tutti miei cari defunti.
Amen



L’ascolto dello psichiatra Marco Schiavi

Il tema che percorrerà tutti gli incontri con Marco Schiavi in questo anno 2013 – 2014 tratterà degli adolescenti. Marco ha presentato, in assenza di nostri stimoli particolari, una panoramica generale su argomenti che sono sotto gli occhi di tutti. Ha iniziato con una fotografia.
"Oggi i giovani amano il lusso, disprezzano l’autorità, hanno poco rispetto dei superiori e preferiscono conversazioni insulse all’impegno. I ragazzi sono despoti e non servi della casa; non si alzano più quando qualcuno entra; non rispettano i genitori. Conversano tra di loro quando sono con gli adulti, divorano il cibo e tiranneggiano i propri insegnanti".
Con nostra sorpresa la frase citata è nientemeno che di Seneca, nato nel 470 avanti Cristo e morto nel 399. La storia si ripete!
Partendo da alcune di queste denunce lo psichiatra Schiavi ha posto l’accento sul rapporto che l’adolescente ha con i genitori e con l’adulto in generale. A questo riguardo la psichiatria mette in forte relazione l’accudimento che il ragazzo ha avuto da bambino con l’atteggiamento di ricerca della relazione con l’adulto, genitore in modo particolare. Sembra infatti che quando nell’infanzia il bambino abbia subito un rifiuto, non si sia sentito accolto e amato, cercato e valorizzato, da adolescente provochi l’adulto allo scopo di essere accolto e accudito, ma con quell’aggressività che mostra la paura di non essere accolto un’altra volta e una volta in più. Ne consegue che il genitore deve mostrare al figlio di essere amato e accolto, non come qualcuno che ha frenato lo sviluppo della libertà, quasi che la nascita abbia provocato il carcere per la madre e il padre. Essere accolto è un insieme di gesti che fanno del figlio il calore della casa e della coppia. Abbiamo anche discusso sulle situazioni di dolore provate dalla madre quando era in gestazione del figlio. Infatti traumi e lutti, dolori e abbandoni della madre hanno un influsso sulla psiche del figlio proporzionato al tempo più o meno lontano dal parto.
La paura di essere rifiutati ancora una volta da adolescenti ci interroga in quanto anche noi  adulti non siamo sempre nel perfetto atteggiamento di accoglienza. Va infatti notato che nella relazione della adolescenza si accumulano parecchie componenti quali il desiderio di distacco dai genitori, il riconoscimento della propria identità rispetto agli altri fratelli, il desiderio di sperimentare la libertà e, anche, la prova delle proprie abilità di vittoria sull’avversario.
Ci siamo consolati pensando che ognuno ha molte strade d’accoglienza e di accudimento. Il senso d’accoglienza può passare infatti anche attraverso il gioco, qualsiasi attività ludica; può passare attraverso l’accettazione del senso di  festa per avvenimenti che toccano la vita dei figli e altro ancora.
Infine, una buona parte della sera è stata utile per comprendere l’uso della violenza da parte degli adolescenti. Anche in questo loro atteggiamento si manifestano alcune regole dello sviluppo dell’adolescente. Innanzittutto usano la violenza, soprattutto verbale, per stimolare la resa dell’altro, dell’avversario. Non lo vogliono distruggere, perché altrimenti che senso avrebbe vincere e non avere sotto i piedi nulla e nessuno?
Una scoperta importante è quella di comprendere, noi adulti, che abbiamo costruito una società e un modo di pensare senza valori, pertanto l’adolescente manifesta nella violenza una opposizione a un certo stile di non valori che noi abbiamo messo in atto per arrivare primi e per vincere. L’esempio sprecato è l’uso della droga per arrivare primi nello sport. Un altro esempio è la scelta dei giocatori che avviene non sempre per qualità, ma per interessi e finanziamenti occulti. Gli esempi si sprecano nella vita degli adulti e allora, di conseguenza, dobbiamo noi imparare a leggere questa violenza come un desiderio di vedere gli adulti impegnati a costruire un mondo migliore. Nel consumismo degradante le risorse vere e profonde sono poche e la violenza è un segno del loro fare in fretta per racimolare ciò che ancora resta: le briciole dei valori!
Da qui il genitore deve prendersi la briga di non lasciare solo il giovane che ricerca le vere e profonde risorse, ma il giovane deve ammirare i genitori che resistono a essere contro corrente in un mondo di sfrenato consumismo. I ragazzi vanno resi membri del gruppo che ha i valori, invece che membri di chi ha la solitudine dentro.
Al termine Marco Schiavi ha elogiato l’opera educativa dell’Oratorio come lo aveva ideato don Bosco. Un luogo per i giovani con gli adulti; un luogo dove i giovani si stimolano reciprocamente e si fanno carico delle iniziative di servizio, non perché vengono dall’adulto, ma perché vengono dai giovani stessi. La presenza dell’adulto è soltanto il segno che anche l’adulto partecipa alle loro fatiche di creare un mondo fatto di valori veri, tra i quali vi è anche Gesù Cristo e la fede in Lui.
Dall’Oratorio allo scoutismo sono passati tanti giovani e possono passare anche oggi se li riprendiamo nelle nostre parrocchie e con l’entusiasmo di sollecitare uno stile di vita fatto di valori quali la persona, la rettitudine, la relazione, l’onesta, l’avere solo quanto basta, l’uguaglianza e la natura.

(
a cura di don Angelo)

CHIUSURA ANNO DELLA FEDE – VISITA AL TERMOVALORIZZATORE DI GIUBIASCO
23 novembre 2013

Da una riflessione di Papa Francesco: il vangelo di Marco 9, 41-50  ispira una riflessione su una peculiarità che caratterizza i cristiani: quella cioè di essere per il mondo ciò che è il sale per la massaia e per chi ha buon gusto e apprezza il sapore delle cose. «Buona cosa è il sale» ha esordito il Pontefice. Una cosa buona «che il Signore ha creato», ma «se il sale diventa insipido — si è domandato — con che cosa darete sapore?».
Si parla del sale della fede, della speranza, e della carità. «Il Signore ci dà questo sale», ha precisato il Santo Padre che ha poi posto il problema di come fare in modo che «non divenga insipido». «Come si fa, perché il sale non perda la sua forza?». Intanto il sapore del sale cristiano, ha spiegato, nasce dalla certezza della fede, della speranza e della carità scaturita dalla consapevolezza «che Gesù è risorto per noi» e ci ha salvati. Ma questa certezza non ci è stata data semplicemente per conservarla. Se così fosse, essa finirebbe come il sale conservato in una bottiglietta: «non fa niente, non serve». Invece il sale — ha spiegato il Papa — ha senso quando si dà per insaporire le cose. Penso che il sale conservato nella bottiglietta, con l’umidità perda forza. E non serve. Il sale che noi abbiamo ricevuto è per darlo; è per insaporire, per offrirlo; altrimenti «diventa insipido e non serve».
Ma il sale ha anche un’altra particolarità: quando «si usa bene — ha puntualizzato Papa Francesco — non si sente il gusto del sale». Così «il sapore del sale» non altera il sapore delle cose; anzi «si sente il sapore di ogni pasto», che diventa più buono e più saporito. «E questa è l’originalità cristiana: quando noi annunziamo la fede, con questo sale», chi la riceve «la riceve ciascuno nella sua peculiarità, come i pasti».
Tuttavia, ha precisato il vescovo di Roma, «l’originalità cristiana non è un’uniformità. Prende ciascuno com’è, con la sua personalità, con le sue caratteristiche, con la sua cultura», e lo lascia così come l’ha trovato, «perché è una ricchezza; ma gli dà qualcosa di più, gli dà il sapore». Se invece si tendesse all’uniformità, «sarebbe come se tutti fossero salati allo stesso modo». Lo stesso capiterebbe se ci si comportasse «come quando la donna butta troppo sale»: si sentirebbe soltanto il gusto del sale e «non il gusto di quel pasto insaporito con il sale».
L’originalità cristiana consiste proprio in questo: ciascuno resta quello che è, con i doni che il Signore gli ha dato. «Ciascuno è distinto dall’altro»; dunque il sale cristiano è quello che «fa vedere proprio le qualità di ciascuno. Questo è il sale che noi dobbiamo dare» e non conservare. O almeno non conservarlo sino a farlo rovinare. E «perché il sale non si rovini» ci sono due metodi da seguire, «che devono andare insieme». Il Papa li ha spiegati così: «Prima di tutto darlo, al servizio dei pasti, al servizio degli altri, al servizio delle persone. Si tratta del sale della fede, della speranza e della carità: darlo, darlo, darlo!». L’altro metodo implica la trascendenza, cioè la tensione «verso l’autore del sale, il creatore, quello che fa il sale. Il sale non si conserva soltanto dandolo nella predicazione. Ha bisogno anche dell’altra trascendenza, della preghiera, dell’adorazione. E così il sale si conserva, non perde il suo sapore. Con l’adorazione al Signore, io trascendo da me stesso al Signore; e con l’annunzio evangelico io esco fuori da me stesso per dare il messaggio». Senza seguire questa strada, «per dare il sale — ha concluso il Pontefice — esso rimarrà nella bottiglietta, e noi diventeremo cristiani da museo» che possono solo far vedere il sale. Ma si tratterà di un «sale senza sapore, un sale che non fa niente».

Da quando il Concilio Vaticano II ci ha stimolati ad essere Chiesa la nostra parrocchia è diventata una fucina di catechesi. L’annuncio del Vangelo, trascritto nel catechismo, è stato proclamato a tutte le età dei battezzati nella nostra Parrocchia. Non tutti hanno partecipato alla crescita del sapere cristiano ("dare ragione della fede che è in noi") ma chi si è preparato al Battesimo dei figli, alla Cresima, al Matrimonio e all’Unzione di Malati ha ricevuto la necessaria istruzione religiosa, perché comprendesse la bellezza della presenza di Cristo nella vita. Abbiamo avuto tanti genitori che si sono messi a disposizione del Vangelo per l’annuncio nella catechesi e si sono fatti una competenza professionale frequentando i Corsi Diocesani idonei, sia per l’insegnamento della religione nella scuola, sia nella catechesi come aiuto alla crescita della fede.
La Carità è stata inserita come respiro nella vita parrocchiale. Ringrazio la Fraternità della carità, la presenza delle Suore Misericordine, la S. Vincenzo e le Vincenziane e tutti coloro che si sono impegnati nel campo assistenziale e caritativo. Senza amore ai fratelli che si vedono non possiamo affermare di amare il Dio che non si vede. Nella Parrocchia abbiamo valorizzato la socialità sia negli appartamenti sussidiati, sia nel sostenere l’Associazione dei vedovi, sia nella formazione al volontariato nel campo delle persone anziane. Molte persone sono impegnate a Cara Aranda o a Vita Serena, o al Campo di Olivone, o nelle relazioni porta a porta.
Un’altra dimensione che è entrata nel tessuto comunitario è stata la Liturgia. Ci siamo impegnati, tutti i preti e i responsabili laici, affinché nella Liturgia risplendesse il Cristo. La formazione dei chierichetti, la formazione dei Lettori della Parola di Dio, la fortuna di avere un Diacono in parrocchia, l’uso del canto nella Liturgia, le celebrazioni dei battesimi durante l’Eucaristia, la celebrazione di funerali e matrimoni, di cresime e le feste di accoglienza dei bimbi alla Messa domenicale, la festa della fedeltà, sono stati i tasselli della Liturgia in cui siamo cresciuti.
Da ultimo, ma non da ultimo, la dimensione missionaria della comunità parrocchiale ha ricevuto un impulso eccezionale. Devo lodare Brigitte Suozzi che è l’anima della riforma missionaria in Parrocchia.. Sempre inserita a livello Svizzero e Diocesano nella dimensione di attenzione alla Missione ci ha aiutato a respirare l’aria della Chiesa attenta e sollecita ai lontani. L’ottobre missionario è una realtà, la settimana per l’unità dei cristiani, la presenza al dialogo ecumenico, le relazioni con i progetti missionari Diocesani, senza trascurare il sostegno ai missionari conosciuti alla cerchia parrocchiale, la giornata Missionaria Mondiale e la collaborazione diretta all’interno di Missio e della CMSI sono i tasselli che sviluppano ogni anno l’attenzione ai lontani.
Anche la preziosità delle sculture esposte sulla Piazza Grande di Giubiasco è uno strumento missionario di aiuto ai lontani dal culto cattolico. La cultura insegna e ammaestra l’uomo a cercare i veri valori profondi della vita. Il mettermi a disposizione delle scuole e dei gruppi di adulti che lo desiderano per la valorizzazione delle sculture esposte, è un invito alla meditazione per riscoprire i valori profondi dell’uomo e il richiamo alla Trascendenza.
Al termine dell’ANNO DELLA FEDE innalzo a Dio un rendimento di grazie per la Parrocchia di Giubiasco che è indicata come un esempio di globalità  nella dimensione ecclesiale.
Ringrazio tutti coloro che sono impegnati in questo bellissimo progetto di Parrocchia e rendo attenta la comunità per una forma di stanchezza che inizia a manifestarsi. La perseveranza, la costanza e la tenacia sono le tre virtù che permettono ad un atleta di vincere le corse. Come S. Paolo, attendiamo con impegno alla corsa della vita per arrivare al traguardo conservando la fede (2Tim 4,6-7). Continuiamo con tenacia e con gioioso impegno perché alla fine della storia ci sia ancora la fede sulla terra (Lc 18,8).

Abbiamo visitato l’impianto di distruzione dei rifiuti e il conseguente impianto di termovalorizzazione del calore emanato. Ringrazio le guide che hanno messo a nostra disposizione il loro tempo libero e desidero riflettere sulle due dimensioni che possono essere caratteristiche anche della nostra fede.
La prima è la fatica di stare lontano dal male e da ogni forma di fede cattolica contaminata dalla mentalità del mondo. È faticoso verificare continuamente la nitidezza della nostra fede in Cristo e nel Vangelo. È faticoso anche perché siamo richiamati a una continua conversione. Il rifiuto, per tanto che sia, è una minoranza tra le merci che acquistiamo e ci dobbiamo rallegrare che coloro che fanno il bene nel mondo sono molto di più di coloro che fanno il male. Il male fa ancora notizia!
In secondo luogo è bello notare come il calore che viene emesso sia sorgente di caldo negli impianti di serre e di fabbriche nei dintorni. Così deve essere anche della nostra fede: una bella visione della vita che si diffonde attorno a noi, nel parentado e nella famiglia, dei coinquilini e nei paesi d’intorno. Come ogni bene è diffusivo, così è anche della fede nel Signore Gesù Cristo. l’aspetto missionario della Chiesa e della Parrocchia ne è una testimonianza, ma anche l’opera educativa di tanti genitori ne è una conferma.
L’anno della fede ci renda, per concludere, orgogliosi di abitare a Giubiasco e orgogliosi di essere comunità che crede nel Signore.

Il vostro parroco don Angelo


Un augurio ai ragazzi che hanno celebrato la S. Cresima

È con particolare gioia che abbiamo accolto il Vicario del Vescovo, Mons. Sandro Vitalini, quale celebrante della Cresima ai ragazzi della parrocchia. Sabato 5 ottobre alle ore 10.00 ha segnato il giorno dell'entrata nella vita comunitaria adulta dei ragazzi che si sono preparati ad accogliere il dono dello Spirito Santo nella loro vita.
I padrini, dopo la lettura del Vangelo, hanno accompagnato i cresimandi personalmente dal Vescovo per inserirli nella comunità adulta. Sono cinquanta fra ragazzi e ragazze, che hanno ricevuto in dono lo Spirito che rinnova la faccia della terra, che è vento di novità e forza d'impegno per testimoniare la propria fede.
E ora?
Gli ambiti nei quali questi ragazzi possono dare testimonianza sono molti. Vanno dalla scuola allo sport, dalle relazioni con i coetanei fino al dialogo con le generazioni dei più adulti. Vanno dalla mitezza alla carità, per giungere alla pazienza dell'unità che va costruita giorno dopo giorno.
Ai ragazzi e alle ragazze formuliamo l'augurio di dare una mano ai gruppi parrocchiali con la loro presenza. Possono farsi presenti là dove il volontariato lo richiede. Possono aiutare nella catechesi dei ragazzi; potranno presentarsi nel gruppo dei Lettori della Parola di Dio o nel numero di chi spiega il Vangelo ai bambini durante l'Eucaristia delle 10.30. Potranno ancora unirsi con il canto o con gli strumenti musicali ai giovani che animano l'Eucaristia alla domenica mattina.
Preghiamo lo Spirito Santo affinché conceda loro di leggere a quale vocazione si sentono chiamati. Potranno diventare genitori, potranno scegliere la vita consacrata al Signore o divenire preti e missionari in terre vicine e lontane. Davvero grande è il Signore Dio e non ha mai finito di stupire coloro che si aprono ad accoglierlo.

Due novembre: commemorazione dei fedeli defunti,

La Chiesa vuole invitare i fratelli che vivono sulla terra a pregare a suffragio dei fratelli già approdati a Dio e che hanno ancora bisogno di purificazione e di perdono. Il luogo del CAMPOSANTO è un luogo sacro: il luogo della memoria di una città, di un paese. Lì sono deposte le spoglie mortali di coloro dei quali siamo diventati eredi. Dai nostri antenati, ora defunti, qualcuno ha ricevuto in eredità la casa, altri i campi. Altri hanno ricevuto in eredità i valori da interpretare, perché possano entrare anche nella nostra epoca, anche se in forma diversa. Da qualcuno dei nostri antenati abbiamo ereditato la passione per la politica e per la cosa pubblica. Altri ci hanno consegnato l'arte e la cultura. Tutti, anche il più povero, ci ha trasmesso di aver fatto parte della generazione passata.
Per noi che viviamo ancora, la loro era una generazione attaccata e legata alla terra. Dalla terra hanno tratto il pane e la fatica di allevare una famiglia, a volte, più numerosa di quella di oggi. Il loro è stato un tempo di passione per la fede, per i valori del territorio. I "termini dei confini" erano un controllo annuale, fin nei boschi e in fondo alle valli. Era il segno della loro proprietà e il segno del dono dei loro genitori, defunti prima di loro. È bello che un villaggio o un borgo, come il nostro, in quel giorno trasformi il cimitero in giardino. I fiori sono segno dell'amore e della riconoscenza. Mi fanno ridere coloro che trovano un difetto il fatto che il 2 novembre il cimitero sia un giardino e  - dicono: - il resto dell'anno è senza visita -.
A me sembra intelligente che la vita commemori in un sol giorno tutti gli antenati defunti. Mi sembra normale che la vita sia attaccata al futuro e non sempre e solo ancorata alla morte. La vita è fatta di persone diverse tra loro, di professioni che hanno intrecciato i loro interessi pur di trasformare il mondo e passare dal bosco e al WC in casa, dalla fontana all'acquedotto, dalle zoccole alle scarpe, dalla strada in terra battura alla terra asfaltata, dal tetto che perdeva acqua ad ogni acquazzone, fino al tetto ermetico di oggi. Non possiamo fermare la storia al passato, ma ne dobbiamo fare memoria. Ne dobbiamo fare memoria per restare umili e per ringraziare chi, prima di noi, ha calpestato la stessa porzione di terra.
È bello che la Chiesa preghi, perché Dio è il Signore della storia. La storia ha avuto pieghe e piaghe indelebili, come le guerre e i litigi. Prendendo coscienza di questi lati negativi della storia e chiedendo a Dio di perdonarle, noi potremo vivere una storia santa e una Chiesa santa.

(A cura di don Angelo)

LA GIORNATA MISSIONARIA MONDIALE

È bello che tu possa dire a una persona: "Conta su di me!"
Questa frase è il motto della Giornata Missionaria Mondiale in Ticino e in Diocesi  e che si terrà domenica 20 ottobre 2013. Dire a Dio: "Signore, conta su di me!" ha una dimensione affettiva. È segno di un legame di fiducia nel quale, chi lo afferma, è pronto a cambiare i suoi programmi, pur di aderire alla parola dell'altro. Ha una dinamica creativa e avventurosa, perché non sai quando l'altro ti chiederà una cosa, nè cosa ti domanderà. Dire "conta su di me!" è segno di fede nella sua persona.
Questo motto lo vivremo di persona domenica prossima. Nell'Eucaristia delle 10.30 ci rivolgerà la sua Parola. L'assenso alla sua Parola è accoglienza dei suoi voleri e dei suoi desideri. Lo diremo ai fratelli che vorranno pranzare con noi all'Angolo d'Incontro. Infatti tutti sono chiamati e invitati a portare il pranzo al sacco, ma non per consumarlo, bensì per esporlo a mo' di buffet freddo nella sala e poterlo offrire ai fratelli convenuti. Loro mangeranno il nostro pane e noi il loro, per un "Conta su di me" anche per nutrirsi in quel giorno.
Conta su di me, Signore, sarà anche l'oggetto dell'animazione del pomeriggio a partire dalle ore 14.00.
Ci divideremo in tre gruppi. Nel primo, composto da tutti i ragazzi e i giovani, vivremo sul territorio un racconto d'Engadina. Il significato di questo racconto scaturisce dalla generosità di un ragazzo che cammina in mezzo a tante difficoltà pur di apparire alla festa dei campanacci con una campana degna di questo nome. Vogliamo imparare e vivere il richiamo che ha la campana domenicale che ci invita all'ascolto della Parola di Dio e all'incontro con Lui. "Conta si di me! Ci sarò e darò ascolto alla tua chiamata".
Un secondo gruppo lavorerà sui messaggi scritti e fusi nel bronzo sulle 5 campane di Giubiasco. La ricerca corre tra parole e Santi raffigurati per crescere nella disponibilità suggerita dai meravigliosi testi stampati sulle campane e che descrivono l'uso che ne facevano i nostri antenati.
Il terzo gruppo ascolterà, all'Angolo d'Incontro, la testimonianza dei giovani che nell'estate scorsa si sono recati in Tanzania per un campo di volontariato a favore delle popolazioni povere di quel Paese.

Vorremmo porgere alle persone l'invito a mettere a disposizione la propria vita per chiamate anche più impegnative. È una proposta che giunge anche a  te che ci leggi. Se desidererai partecipare, basta presentarsi alla festa dove trovarai altre persone con le quali condividerla. La festa si concluderà alle ore 15.30 con una Lode vespertina in chiesa.
Signore, conta su di me!. Io gliel'ho detto nella mia vita e sono contento ancora oggi di averlo fatto. E tu?

(a cura di don Angelo)


Ottobre, il mese missionario

Il mese di ottobre di ogni anno è dedicato alla dimensione missionaria della Chiesa e a riscoprire l'apertura universale che ogni battezzato ha ricevuto dal Vangelo di Gesù Cristo.
Avere una dimensione universale è qualcosa di infinito. Ti appartengono le stelle, il cielo e gli spazi siderali. Ti appartengono tutte le persone del mondo che ti sono date da Dio come fratelli e sorelle, pure, nel giorno delaBattesimo. Ti appartiene tutta la natura con la sua bellezza e la sua ricchezza di specie, di colori, di animal, di pianti e di forme. Ti appartengono i mari che sono ponti enormi che collegano i continenti. La dimensione missionaria ha lo scopo di lodare Dio per la vastità della tua dimensione. Eppure, "che cosa è l'uomo, o Dio, che di lui ti ricordi? Perché ha stretto con lui un'alleanza che nulla potrà mai distruggere. Lo hai fatto poco meno dei un dio. Di gloria e di onore lo hai coronato" (salmo 8).
Il richiamo della giornata missionaria e di tutto il mese di ottobre è innanzittutto quello di entrare in contatto con l'universo, con il mondo e con gli uomini che sono e vivono sulla Terra. In ogni continente vi sono persone che hanno e vivono già la stessa fede. Con loro unisciti nel rendimento di grazie. Ma in tutte le nazioni, come in tutte le case, ci possono essere persone ancora lontane da questa universalità. Sono chiuse in loro stesse, sono di formato egoistico o chiuse in loro a causa della cattiveria dei fratelli umani. Il cristiano ha il compito di annunciare loro che Dio, Padre, è accanto a loro e diviene la loro sazietà quando incontrano Cristo e lo accolgono della loro vita. Cristo è restauratore di ogni peccato e difetto. Cristo è Persona che fa scoprire all'uomo che crede , la sua dimensione eterna. Cristo è la Persona che rivela la grandezza di Dio e la grandezza dell'uomo. Per questo la comunità si fa missionaria. Desidera annunciare a tutti che Cristo è una vera fortuna. È una persona che ama e che coinvolge tutte le qualità e fa crescere la persona fino al massimo della sua interiore statura.

L'ottobre missionario vuole essere tempo per pregare per le persone dei cinque continenti, affinché non disdegnino di accogliere Cristo dalle labbra dei testimoni, dei cristiani.
L'ottobre missionario desidera dire a ogni religione che già contengono una scintilla di verità e che possono trovare pienezza nella conoscenza di Gesù Signore, Figlio di DIo.
L'ottobre missionario è proposta d'incontro e di dialogo sulla pienezza portata da Cristo nella sua rivelazione e nella sua Parola rivolta ad ogni persona aperta alla giustizia, alla pace, alla verità e alla libertà.

Il mese di ottobre ha parecchi Santi, nel calendario, che hanno vissuto questa universalità.
- Il primo ottobre è festa di S. Teresa del Gesù Bambino, patrona delle missioni.
- Il 4 ottobre è festa di S. Francesco che ha dato la sua povertà per dire che Cristo era il suo tutto.
- In data 8 ottobre si festeggia S. Brigida, patrona d'Europa.
- Il 10 ottobre è la festa di S. Daniele Comboni, il fondatore della famiglia di missionari che prende il suo nome, i comboniani!
- Il 24 ottobre è giorno di festa per S. Antonio Maria Claret, il missionario in mezzo agli schiavi.

Chi viaggia in Internet potrà facilmente trovare e leggere la storia e la biografia di questi santi. È anche questo un modo per diventare missionari, per lodare Dio dell'attenzione ai continenti e alle persone del mondo intero.


15 settembre: giorno assegnato a Giubiasco per la PREGHIERA PERENNE

Hai mai sentito parlare della PREGHIERA PERENNE? È il concatenamento dell'impegno che ogni giorno una parrocchia, o una comunità, o un'associazione si prendono per formare una catena ininterrotta di preghiera in diocesi secondo le intenzioni del nostro Vescovo. Anche p
er questo anno 2013, egli ha individuato alcune intenzioni particolari che siamo invitati a sostenere.
La prima intenzione è per la riscoperta della fede.
Stiamo vivendo l'anno della fede: possa contribuire ad una rinnovata conversione al Signore Gesù e alla riscoperta della fede. Si prega perché tutti i membri della Chiesa siano testimoni credibili e gioiosi del Signore risorto nel mondo di oggi, capaci di indicare alle tante persone in ricerca la "porta della fede".
La seconda intenzione èper la trasmissione della fede.
Perché siano approfonditi il Concilio Vaticano II e i suoi documenti; perché sia ravvivata la nuova evangelizzazione, che ha quale scopo la trasmissione della fede. Si prega perché il Catechismo della Chiesa cattolica sia maggiormente conosciuto ed utilizzato; perché siano trovati nuovi linguaggi, nuove strade e nuovi strumenti per rendere la Parola di Dio comprensibile all'uomo contemporaneo.
La terza intenzione è per il nuovo pastore della nostra Diocesi.
Il Signore ci conceda la grazia di un nuovo pastore secondo il suo cuore. Il nuovo Vescovo sia in mezzo a noi immagine viva del Cristo, buon Pastore.

Alla Parrocchia di Giubiasco è stato fissato il giorno 15 settembre, festa della Madonna addolorata. Tutti i cattolici sono invitati a pregare in quel giorno per queste intenzioni. Chi soffre contrarietà o dolore potrà offrire al Signore quanto prova dentro di sé, affinché il dolore e la contrarietà rendano più fecondo il Regno di Dio nel cuore dei fratelli.


San Nicolao della Flüe - patrono della Svizzera


Nato nel 1417, morto il 21.3.1487 a Ranft (comune di Sachseln), di Untervaldo. Nei primi 50 anni della sua vita Nicolao (noto in tedesco come Bruder Klaus), si dedicò in particolare all'agricoltura e ai suoi dieci figli (cinque maschi e cinque femmine) avuti dalla moglie Dorothea Wyss. Prima del 1467 è menz. tre volte nei documenti. Nel 1462 compare come rappresentante di Obvaldo in una sentenza emessa dai cantoni che detenevano l'avogadria ecclesiastica sull'abbazia di Engelberg, nell'ambito della disputa fra l'abbazia e i parrocchiani di Stans. Dal documento si ricava indirettamente che Nicolao era membro del Consiglio e del tribunale di Obvaldo. Pur non appartenendo al ceto dirigente del cantone, la sua influenza politica divenne importante dopo la decisione di seguire definitivamente la voce interiore, da lui interpretata come una chiamata divina.
Il 16.10.1467 Nicolao si congedò dalla famiglia per recarsi in pellegrinaggio; giunto a Liestal decise tuttavia di ritornare, visto che la città gli appariva come circondata da un colore rosso fuoco. Non rientrò però dalla famiglia, ma trascorse la notte in una stalla nei pressi di casa. Il mattino dopo si rifugiò nella foresta del Melchtal, dove fu trovato qualche giorno più tardi da alcuni cacciatori. Ispirato da una visione, Nicolao costruì nella gola di Ranft (vicino al suo podere) una capanna che divenne la sua residenza. La notizia che Nicolao viveva senza nutrirsi si diffuse in fretta, attirando i curiosi e allarmando le autorità laiche ed ecclesiastiche. Il Consiglio di Obvaldo incaricò alcune guardie di sorvegliare attentamente l'eremita per un mese, ma non risultò nulla "che tradisse ipocrisia religiosa derivata da presuntuosa vanità" (così Heinrich Wölfli). Durante la consacrazione della cappella di Ranft (1469) il vescovo di Costanza ordinò una verifica dell'astinenza di Nicolao non riscontrando alcuna truffa né carattere demoniaco.
Nonostante la svolta rappresentata dall'anno 1467, esistono dei collegamenti fra il periodo di vita precedente e quello successivo la scelta dell'eremitaggio, cui
Nicolao. fu introdotto da visioni e meditazioni mistiche. I legami con la mistica renana sono una caratteristica di Nicolao, che faceva capo al movimento tardomedievale degli Amici di Dio; le sue dichiarazioni presentano convergenze soprattutto con la lingua e il pensiero di Enrico Suso. Anche come mistico continuò tuttavia a interessarsi alle vicende terrene. Non era solo la gente semplice che faceva capo ai consigli del "santo vivente", come mostra un resoconto del giugno 1483 stilato da Bernardino Imperiali, inviato del duca di Milano, durante una visita nel Ranft. Egli trovò l'eremita "informato del tutto" sui motivi della sua missione nella Svizzera centrale. È ormai comprovata l'opera di mediazione svolta da Nicolao, pur senza essere presente di persona, nella conclusione della convenzione di Stans (1481).
Al termine della sua esistenza
Nicolao confidò a Erni Anderhalden, che aveva quattro anni più di lui, tre grazie (dry gros gnaden) per cui doveva essere riconoscente a Dio: innanzitutto perché la separazione dalla famiglia era avvenuta con il consenso di moglie e figli, in secondo luogo perché non aveva mai provato la tentazione di tornare indietro e infine perché riusciva a vivere senza mangiare né bere.
Le prime notizie sulla sua vita sono contenute nel Pilgertraktat, un libro illustrato di intento edificante redatto ad Augusta e pubblicato nel 1487. L'anno seguente, Nicolao è menzionato nel registro parrocchiale di Sachseln. Heinrich von Gundelfingen e Heinrich Wölfli furono autori delle prime biografie nel 1488 rispettivamente nel 1501. Grazie alle fonti edite da Robert Durrer, è possibile distinguere con chiarezza la figura storica di S. Nicolao della Flüe dalle leggende e dai miti successivi. A Sachseln la venerazione dell'"uomo di Dio" ebbe inizio già negli anni immediatamente successivi alla sua morte. La sua immagine comparve nel 1492 sull'altare ad ante in stile tardogotico della chiesa parrocchiale di Sachseln, mentre dal 1513 una scultura ne ornava il tabernacolo; una figura in rilievo si trova nell'ossario del cimitero (dal 1510). Artisti rinomati si ispirarono alla figura dell'eremita, la cui spiritualità era fondamentalmente basata sulla preghiera.
La fama dell'eremita di Obvaldo favorì la diffusione del suo manoscritto gewohnlich bet fino al nord della Germania. Il pastore luterano Johann Heermann e scrittori quali Paul Gerhardt e Clemens Brentano furono autori di opere letterarie che riprendono il suo pensiero. Dall'inizio del XVI sec. la figura di S. Nicolao fu oggetto di scritti in prosa e poesia di autori sia cattolici sia protestanti. Un altro aspetto caratteristico della sua percezione risiede nella simbologia dell'immagine che l'eremita aveva fatto dipingere nella sua cella: vi è rappresentata una ruota a sei raggi con una testa coronata sul mozzo. Originaria della vasta area dell'alto Reno, tale rappresentazione è considerata un notevole esempio di pittura simbolica dal profondo contenuto teologico. Grande interesse hanno riscosso anche i racconti sulle visioni di S. Nicolao (pietra, olio, fontana, torre, giglio), che sono state studiate dalla psicologia del profondo.
Dopo la morte dell'eremita, molti pellegrini visitarono i suoi luoghi a Sachseln e nel Flüeli. Prima del 1550 gli abitanti di Sachseln fecero il voto di organizzare una processione annuale nel Ranft. Nel frattempo Nidvaldo e Obvaldo decisero di istituire pellegrinaggi cantonali a scadenze regolari. Dal 1787 si festeggia a Sachseln il giubileo di S. Nicolao. La tomba dell'eremita è stata solennemente aperta a più riprese (1518, 1600, 1625, 1654, 1679, 1732). Il consenso della Chiesa all'adorazione fu concesso solo con molti indugi. Dopo ripetuti tentativi tra il 1587 e il 1647, F. fu beatificato nel 1648/49. Le procedure per ottenere la canonizzazione furono avviate nel 1865 e portate a termine da papa Pio XII il 15.5.1947. Il culto di S. Nicolao beneficiò pertanto di un nuovo slancio. Soprattutto dalla seconda guerra mondiale ogni anno migliaia di pellegrini si recano dalla Svizzera e dalla Germania nella sua regione.
Divenuto patrono e messaggero di pace per gli svizzeri di entrambe le confessioni, soprattutto durante le due guerre mondiali, in seguito alla santificazione la fama di S.
Nicolao si diffuse oltre i confini nazionali. I pellegrinaggi furono incoraggiati anche dalla fondazione della Lega S. Nicolao della Flüe (1927) e dalla costruzione di un museo a Sachseln (1976). La più nota raccomandazione dell'eremita sul piano politico, machet den zun nit zu wit ("non allargate troppo i confini"), tramandata dal cronista Hans Salat nel 1537, fu utilizzata ancora durante il dibattito per le votazioni sull'adesione alle Nazioni Unite (1986) e allo Spazio economico europeo (1992) come appello alla prudenza nella politica estera della Svizzera.

(tratto da Dizionario Storico della Svizzera, no. 13)


ALTRE FONTI:
Santi e Beati - S. Nicolao della Flüe  (con biografie audio)
Vita di Bruder Klaus

 
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